Il governo e quella frase sulla magistratura "plotone di esecuzione": il caso Bartolozzi infiamma la campagna referendaria

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A tredici giorni dal voto sul referendum che riguarda l’ordinamento giudiziario, e proprio mentre la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, cercava di ricondurre il dibattito pubblico a toni più istituzionali con un videomessaggio di oltre tredici minuti dedicato al merito della riforma, è bastato un intervento televisivo per riaccendere la polemica politica. A innescare la micetta è stata Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, la quale, intervenuta a una trasmissione dell’emittente siciliana Telecolor, ha esortato i cittadini a votare a favore della riforma con un argomento che ha immediatamente suscitato reazioni vibranti. “Votate sì”, ha dichiarato la Bartolozzi, “e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione”.

La frase, pronunciata nel corso di un vivace scambio con la senatrice Ilaria Cucchi e con il membro del Csm Marco Bisogni, ha immediatamente provocato una reazione a catena nel panorama politico italiano, costringendo il ministro Nordio a intervenire per smorzare i toni. Il Guardasigilli, pur esprimendo dispiacere per le parole utilizzate dalla sua stretta collaboratrice, ha precisato che si sarebbe trattato di un’espressione infelice, estrapolata dal contesto di un dibattito lungo e acceso, e che la stessa Bartolozzi non avrebbe avuto difficoltà a scusarsi per un’affermazione che non rispecchierebbe il suo pensiero né la stima che nutre per la magistratura, della quale lei stessa fa parte. Tuttavia, le attese scuse formali non sono mai arrivate; al loro posto, una nota in cui la funzionaria esprimeva rammarico per la lettura “fuorviante” delle sue dichiarazioni, precisando che il riferimento al plotone d’esecuzione alludeva allo stato di prostrazione di chi si trova ingiustamente al centro di un’azione giudiziaria.

La reazione delle opposizioni e il richiamo alla memoria storica

Dalle file del centrosinistra e del Movimento 5 Stelle sono piovute immediate richieste di dimissioni. Pier Luigi Bersani, ospite della trasmissione Dimartedì su La7, ha definito le dichiarazioni della Bartolozzi come il superamento di un limite che si fa fatica a credere. “Parla in Sicilia di plotone di esecuzione”, ha dichiarato l’ex ministro, ricordando che davanti a un plotone di esecuzione ci sono andati, nella storia di questa terra, magistrati come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Rocco Chinnici e tanti altri caduti per mano della mafia. Un passaggio che ha spostato il piano della polemica da un mero incidente dialettico a una questione di sensibilità istituzionale e memoria collettiva, data la tragica scia di sangue che ha segnato la lotta alla criminalità organizzata nell’isola. Le opposizioni, in coro, hanno chiesto al ministro Nordio di riferire urgentemente in Aula circa i provvedimenti che intende adottare nei confronti della sua capo di gabinetto, la cui posizione, già complicata da un’indagine per presunte false informazioni ai pm nel caso Almasri, appare ora sempre più delicata.

La linea del governo tra imbarazzo e difesa d’ufficio

All’interno della maggioranza e a Palazzo Chigi, l’uscita della Bartolozzi ha provocato più di un mal di pancia. Fonti vicine all’esecutivo riferiscono di una certa irritazione da parte della presidente Meloni, la cui strategia comunicativa, improntata alla sobrietà e alla centralità del merito della riforma, è stata di fatto vanificata da quei pochi secondi in televisione. Ciononostante, e nonostante le voci che vorrebbero la premier orientata a valutare provvedimenti drastici, la linea ufficiale rimane quella della gestione interna della vicenda. L’imperativo categorico, a ridosso del voto, è quello di non alimentare ulteriori divisioni e di provare a circoscrivere i danni. Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha definito la frase “infelice”, ma ha ribadito l’importanza di concentrarsi sul quesito referendario e sull’equilibrio dei poteri, evitando di cadere nella trappola della polemica fine a se stessa.

Nel centrodestra, intanto, si prova a fare quadrato. Esponenti di Fratelli d’Italia come Giovanni Donzelli hanno parlato di una strumentalizzazione da parte della sinistra, sostenendo che le parole della Bartolozzi sarebbero state estrapolate e decontestualizzate da un discorso più ampio in cui, a suo dire, la funzionaria difendeva la categoria dei magistrati. Una versione che, però, non convince l’Associazione Nazionale Magistrati. La Giunta dell’Anm, pur ribadendo la scelta di non rispondere direttamente agli attacchi politici per onorare l’appello all’abbassamento dei toni lanciato dal Presidente della Repubblica, ha sottolineato come le argomentazioni contro la magistratura italiana abbiano ormai raggiunto un livello inaccettabile per chiunque creda nella collaborazione rispettosa tra le istituzioni.

L’ombra del caso Almasri e il futuro dopo il voto

Sullo sfondo della bufera, rimangono i riflettori puntati sulla posizione personale di Giusi Bartolozzi, la quale è attualmente indagata dalla procura di Roma per il suo ruolo nel rilascio e nel rimpatrio del generale libico Almasri, avvenuto a gennaio in spregio al mandato della Corte penale internazionale. Nel corso dello stesso intervento televisivo, la capo di gabinetto aveva fatto un accenno alla sua situazione giudiziaria, affermando, in un primo momento, che avrebbe lasciato il Paese qualora avesse vinto il “No”, salvo poi ridimensionare la battuta definendola una boutade. Un’indagine che, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe rivelarsi determinante per il suo futuro. All’interno del governo si ragiona sul fatto che, a urne chiuse, l’esito del referendum potrebbe influenzare gli equilibri: in caso di vittoria dei “Sì”, l’euforia del momento metterebbe al riparo la funzionaria; in caso contrario, lo scudo parlamentare che la protegge potrebbe venir meno e la sua posizione, complice la frase infelice, diventerebbe insostenibile.

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