Il governo Meloni dopo la sconfitta al referendum: la linea tesa di Bignami e le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tornata referendaria sulla giustizia, che si è chiusa con la vittoria del “No” al 53,25 per cento, ha lasciato scie di polvere da sparo nell’aria, ma nessun apparente ripensamento sulla strategia di Palazzo Chigi. Se da un lato i numeri parlano chiaro – circa 15 milioni di elettori hanno bocciato la riforma costituzionale voluta dall’esecutivo, con un divario di quasi due milioni di preferenze rispetto al fronte del “Sì” –, dall’altro l’ala più vicina alla premier ha subito provveduto a ridimensionare la portata politica del risultato. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, figura centrale nella maggioranza, ha formalizzato le sue dimissioni con una lettera indirizzata a Giorgia Meloni, ammettendo una “leggerezza” commessa nel corso del suo mandato, mentre le sue uscite di scena si intrecciano con quelle del collega Bartolozzi, in un contesto che qualcuno, nei palazzi romani, non ha esitato a definire un vero e proprio terremoto.

La lettura della sconfitta secondo Fratelli d’Italia e il tentativo di archiviare il plebiscito

La reazione del partito di maggioranza relativa, e in particolare del deputato Bignami, è stata immediata nel tentativo di scongiurare qualsiasi parallelo con la débâcle del governo Renzi nel 2016. “Noi avevamo detto sin dall’inizio che non era un voto politico”, ha dichiarato l’esponente di FdI, operando una cesura netta con il passato per sdrammatizzare la portata della sconfitta. A suo dire, la differenza sostanziale risiederebbe nella natura della consultazione: mentre Matteo Renzi, otto anni fa, trasformò il referendum costituzionale in un plebiscito personale legando il proprio destino a quello della riforma, l’attuale esecutivo avrebbe sempre chiarito che l’esito dello scrutinio non avrebbe avuto ripercussioni sulla continuità dell’azione amministrativa. “Abbiamo chiarito che il referendum non avrebbe coinvolto il governo – ha ribadito – e quindi per noi non cambia nulla rispetto al prosieguo dell’azione del governo”.

Una linea, quella sostenuta da Bignami, che trova riscontro nelle prime dichiarazioni ufficiali della presidente del Consiglio. Meloni, pur riconoscendo l’esito delle urne, ha parlato di “occasione persa per modernizzare l’Italia”, ma ha subito aggiunto un “andiamo avanti” che lascia intendere la volontà di metabolizzare il colpo senza rimodulare le priorità dell’agenda politica. L’analisi dei flussi elettorali restituisce il quadro di un Paese spaccato lungo linee geografiche piuttosto nette: il “No” ha trionfato in tutte le regioni con l’eccezione del Veneto, della Lombardia e del Friuli Venezia Giulia, dove il fronte del “Sì” è riuscito a imporsi, seppur in un contesto di affluenza massiccia che ha sfiorato il 59 per cento degli aventi diritto.

Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi: un terremoto annunciato

Mentre i riflettori erano ancora puntati sui dati definitivi del referendum, il governo è stato scosso da un sisma interno che ha rapidamente oscurato i commenti politici sulla giustizia. Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, figura già da tempo sotto pressione per le sue posizioni aspre e le sue prese di posizione pubbliche, ha rassegnato le dimissioni con una lettera ufficiale in cui ha parlato esplicitamente di “leggerezza”. Una scelta, quella di lasciare l’incarico, che Delmastro ha definito “irrevocabile” e che è stata contestualmente accompagnata dall’addio di Bartolozzi, altro esponente della compagine governativa. La concomitanza delle due uscite ha alimentato inevitabilmente il sospetto di una crisi di governo latente, con il partito della premier che si trova a dover gestire il vuoto lasciato da due dei suoi uomini più fidati.

La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, ha commentato l’accaduto con toni duri, definendo le dimissioni non solo opportune ma anche il frutto di scelte unilateralI che il suo territorio ha pagato. In particolare, Todde ha ricordato come con Delmastro vi sia “un conto aperto sul 41 bis”, riferendosi a decisioni che avrebbero creato attriti con l’amministrazione regionale. L’idea che le due uscite possano rappresentare solo l’inizio di un’emorragia più ampia è già circolata negli ambienti parlamentari, dove qualcuno ipotizza un effetto domino che potrebbe allargare le maglie della crisi, mettendo ulteriormente a dura prova la tenuta di una maggioranza già provata dall’esito referendario.

L’analisi del giorno dopo tra conti in sospeso e assenze annunciate

L’indomani della sconfitta, Giorgia Meloni ha convocato lo stato maggiore di Fratelli d’Italia per un vertice che si preannunciava delicato, volto a ricompattare le fila dopo le scosse dei giorni precedenti. La riunione, tenutasi a porte chiuse, è servita anche a registrare formalmente le prime defezioni nella squadra di governo, con i due sottosegretari che hanno lasciato il posto. Il tono utilizzato da Delmastro nella sua missiva, incentrato sull’ammissione di una colpa individuale (“ho commesso una leggerezza”), sembra finalizzato a circoscrivere il danno all’interno della sfera personale, tentando di schermare l’immagine dell’esecutivo da responsabilità politiche più ampie.

Sullo sfondo, rimane il peso specifico del voto referendario. I comitati del “Sì” hanno espresso una delusione che traspare anche dalle parole di Marina Berlusconi, la quale avrebbe manifestato il suo disappunto in una conversazione con la stessa Meloni, segno che le fratture all’interno del centrodestra potrebbero non essere del tutto ricomposte. L’analisi dei flussi elettorali, diffusa nelle ore successive allo spoglio, ha evidenziato come la mobilitazione sia stata altissima, trasformando di fatto il referendum – nonostante i tentativi di banalizzarlo – in un giudizio impietoso sulla prima parte del mandato. Il governo, ora, si trova a fare i conti con l’assenza di due dei suoi componenti e con un’opposizione che, guidata anche da figure come Todde, intende sfruttare ogni crepa per mettere in discussione le scelte dell’esecutivo in materia di giustizia e autonomia.

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