Riforma università, addio all'Abilitazione Scientifica Nazionale: via libera definitivo alla legge Bernini

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La riforma dei concorsi universitari è legge. Martedì 7 luglio 2026 la Camera dei Deputati ha dato il via libera definitivo, con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astenuti, al disegno di legge che cambia radicalmente le regole per diventare professori e ricercatori negli atenei italiani.

Dopo sette mesi di un iter parlamentare accidentato, che aveva già ottenuto il sì del Senato lo scorso dicembre e che è stato segnato da audizioni con sindacati e ricercatori e da diverse proposte di modifica poi respinte, il provvedimento diventa legge dello Stato e attende soltanto la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale per entrare formalmente in vigore.

Addio all’Abilitazione Scientifica Nazionale, arriva l’autocertificazione

La novità principale della riforma, fortemente voluta dalla ministra dell'Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, riguarda l'abolizione dell'Abilitazione Scientifica Nazionale (Asn), il sistema in vigore dal 2010 che rappresentava il primo gradino obbligatorio per accedere ai ruoli di professore associato e ordinario.

Al suo posto viene introdotto un sistema di "requisiti di produttività e qualificazione scientifica": i candidati potranno autocertificare online il possesso di determinati parametri, specifici per ogni area disciplinare, che terranno conto non solo del numero di pubblicazioni ma anche dell'attività didattica, dell'esperienza di ricerca in Italia e all'estero e della partecipazione a progetti finanziati su bandi competitivi.

I criteri dettagliati saranno fissati con un decreto ministeriale entro novanta giorni dall'entrata in vigore del provvedimento, su proposta dell'Anvur e sentito il Cun.

Numeri e criticità del vecchio sistema

La scelta di superare l'Asn, nelle intenzioni del governo, nasce dall'esigenza di aggiornare un meccanismo che, basato su criteri spesso interpretati in modo disomogeneo e su un doppio livello di valutazione nazionale e locale, ha contribuito ad aumentare il contenzioso tra candidati e atenei.

I numeri, del resto, offrono uno spaccato eloquente delle criticità accumulate in quindici anni: dal 2012 a oggi, le sei sessioni dell'Abilitazione Scientifica Nazionale hanno prodotto oltre 71mila abilitati, ma meno di 40mila hanno poi effettivamente ottenuto una cattedra. Significa che circa 31mila persone, vale a dire il 41 per cento, hanno superato la valutazione nazionale senza ricevere alcuna chiamata da un ateneo. Nello stesso periodo, le procedure di abilitazione hanno generato oltre 2.

500 ricorsi tra Tar del Lazio e Consiglio di Stato, a fronte di soli 45 ricorsi per le chiamate dirette dei professori e 179 per i ricercatori.

Commissioni sorteggiate e prova didattica obbligatoria

La riforma ridisegna anche la composizione delle commissioni giudicatrici, introducendo il meccanismo del sorteggio per ridurre il peso delle scelte e dei condizionamenti interni agli atenei. Per i concorsi da professore ordinario e associato, le commissioni saranno composte da cinque membri: quattro sorteggiati da liste nazionali predisposte e aggiornate dal Ministero con validità biennale, e uno nominato dall'ateneo che bandisce il posto. Per i settori più piccoli, i membri scendono a tre (due sorteggiati e uno interno).

Per i ricercatori, invece, sono previsti tre membri, di cui uno indicato dall'ateneo e due sorteggiati. Un'altra novità significativa riguarda i candidati: in tutti i concorsi diventa obbligatoria una prova didattica su un argomento assegnato al momento, che si affiancherà alla discussione pubblica delle proprie ricerche per valutare concretamente le capacità di insegnamento.

La riforma entrerà in vigore in modo graduale, senza interrompere le procedure già avviate con le vecchie regole. Le nuove disposizioni si applicheranno solo quando saranno emanati i decreti ministeriali attuativi, probabilmente a partire dal prossimo autunno. Resta un nodo aperto per gli oltre 31mila abilitati del vecchio sistema che non hanno ottenuto una cattedra: non è ancora chiaro come si applicherà a loro la nuova autocertificazione una volta scaduta l'abilitazione.

Dopo tre anni dall'entrata in ruolo, i neoassunti saranno oggetto di valutazione da parte dell'Anvur, mentre i professori e ricercatori a tempo indeterminato in servizio da almeno cinque anni potranno trasferirsi in un'altra università.

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