Riforma concorsi universitari, stop all’Abilitazione scientifica nazionale
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Redazione Interno
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La riforma dei concorsi universitari è diventata legge dopo il via libera definitivo della Camera al disegno di legge voluto dalla ministra Anna Maria Bernini. Il provvedimento, approvato con 122 voti favorevoli, 70 contrari e 3 astensioni, modifica le regole per il reclutamento dei professori e dei ricercatori nelle università italiane, introducendo lo stop all’Abilitazione scientifica nazionale, il requisito finora necessario per partecipare ai concorsi da professore associato e ordinario. Il testo approvato a Montecitorio è lo stesso già approvato dal Senato il 9 dicembre e arriva dopo sette mesi dall’avvio dell’iter parlamentare.
La nuova legge cambia il sistema dei concorsi universitari
La riforma dei concorsi universitari interviene sulle modalità con cui gli atenei potranno organizzare le procedure di selezione per le carriere accademiche. Il disegno di legge consente alle università di formulare bandi mirati, con la possibilità di restringere l’ambito dei candidati rispetto al passato. La modifica riguarda quindi il meccanismo di accesso ai ruoli universitari e supera il sistema basato sull’Abilitazione scientifica nazionale, che aveva la funzione di certificare il possesso dei requisiti scientifici necessari per concorrere alle posizioni di professore associato e ordinario.
Il provvedimento nasce dal lavoro di un gruppo di esperti nominato dal ministero nel settembre 2024 e ha ricevuto il via libera della Camera dopo l’approvazione già ottenuta al Senato. La presidente della Conferenza dei rettori, Laura Ramaciotti, ha espresso il proprio apprezzamento per la riforma, mentre ricercatori e docenti universitari hanno manifestato critiche rispetto alle nuove regole. Secondo i contestatori, il cambiamento potrebbe incidere sulle procedure di selezione della classe docente e sulla valutazione del merito accademico.
Le critiche dei docenti e le reazioni alla riforma
La nuova disciplina sul reclutamento universitario ha provocato il dissenso di una parte del mondo accademico, che ha organizzato un flash mob a Roma per contestare il provvedimento. Ricercatori e docenti hanno sostenuto che la riforma rischierebbe di favorire concorsi costruiti intorno a candidati già individuati, mettendo in discussione trasparenza e qualità delle selezioni. Le critiche si concentrano soprattutto sulla possibilità per gli atenei di definire procedure più specifiche e sulla conseguente riduzione dell’ampiezza della platea dei partecipanti.
Al centro del confronto restano quindi le nuove regole per assumere professori e ricercatori nelle università italiane. Da una parte la riforma punta a modificare il modello precedente di reclutamento, dall’altra alcuni rappresentanti del mondo accademico evidenziano il rischio di un indebolimento dei criteri di selezione. Il dibattito riguarda in particolare il rapporto tra autonomia degli atenei, valutazione scientifica e garanzie nelle procedure concorsuali previste dalla nuova legge.




