Trump colpisce l’oro svizzero: dazi del 39% sui lingotti, prezzi ai massimi

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non solo acciaio, alluminio o prodotti agricoli. Questa volta la politica protezionistica di Donald Trump ha preso di mira l’oro, il bene rifugio per eccellenza, scatenando un’ondata di rialzi che ha portato le quotazioni a sfiorare i 3.543 dollari l’oncia, nuovo record storico. La mossa, annunciata senza preavviso, prevede dazi del 39% sulle importazioni statunitensi di lingotti da un chilogrammo, lo standard più diffuso nei commerci internazionali. Una decisione che colpisce direttamente la Svizzera, principale produttrice mondiale di queste barre, ma le cui ripercussioni si stanno già propagando a livello globale.

L’oro, da anni al centro delle strategie delle banche centrali come alternativa al dollaro, aveva già registrato una crescita costante, favorita dalle tensioni geopolitiche e dall’incertezza dei mercati. Ma l’intervento di Trump, che punta a riequilibrare la bilancia commerciale con Berna, ha accelerato il trend, trasformando il metallo giallo nell’ultimo campo di battaglia tra Washington e i suoi partner economici. I lingotti da un chilo, infatti, non sono solo la forma più scambiata sul Comex, il principale mercato dei derivati dell’oro, ma rappresentano anche la quota maggiore delle importazioni americane dalla Confederazione.

L’impatto è stato immediato: le quotazioni hanno toccato il massimo proprio nell’ultima seduta, superando i 3.500 dollari. Una reazione prevedibile, considerando che l’oro è tradizionalmente esente da dazi proprio per il suo ruolo di asset strategico. La scelta dell’amministrazione statunitense, quindi, segna una svolta, dimostrando che nessun settore è al riparo dalla guerra commerciale in corso.

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