Il caro-carburante e le rotte alternative fanno schizzare il prezzo dei biglietti aerei

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’escalation militare che ha coinvolto l’Iran, e che tiene il Medio Oriente in una morsa di tensione, sta producendo effetti a catena sull’economia globale, e il settore del trasporto aereo è tra i primi a farne le spese. L’impennata del prezzo del petrolio, conseguenza diretta del conflitto, ha trascinato con sé il costo del cherosene, arrivato a sfiorare i 174 dollari al barile secondo l’indice Platts, una cifra che rappresenta quasi il doppio rispetto ai valori di inizio anno. Questa corsa al rialzo, come era prevedibile, si sta traducendo in un aggravio immediato per i viaggiatori, con le compagnie aeree costrette a rivedere al rialzo le proprie tariffe. Molti vettori, dalla Lufthansa ad Air France-KLM, dalla Thai Airways alla Qantas, hanno già introdotto o incrementato il cosiddetto fuel surcharge, quel supplemento-carburante che va a compensare i maggiori costi operativi, e che in alcuni casi, come per il gruppo franco-olandese, si traduce in un aumento di 50 euro per un biglietto di lungo raggio in classe economica. L’incremento medio, secondo le prime stime, si attesta tra il 10 e il 15 per cento, anche se non mancano previsioni che parlano di possibili rincari fino al trenta per cento se la crisi dovesse protrarsi.

A complicare ulteriormente il quadro, e ad agire come una vera e propria molla sui prezzi, non è soltanto il costo della materia prima. Il conflitto ha reso critiche alcune rotte tradizionalmente molto trafficate, in particolare quelle che passano per gli hub del Golfo, come Dubai, Doha o Abu Dhabi, scali fondamentali per i collegamenti tra Oriente e Occidente. La ridotta operatività di aeroporti strategici, unita alla necessità di evitare spazi aerei considerati non sicuri, sta costringendo i vettori a pianificare percorsi alternativi, spesso più lunghi e quindi più costosi in termini di carburante e di ore di volo. Ma c’è di più: la minor disponibilità di voli operati da compagnie come Emirates, Etihad o Qatar Airways, la cui flotta è in parte rimasta a terra o ha subito pesanti riduzioni, ha creato un effetto collo di bottiglia. Migliaia di passeggeri, magari bloccati in località turistiche del Sud-est asiatico o in attesa di rientrare in Europa, si riversano sui pochi voli ancora disponibili operati da altri vettori, generando una domanda improvvisa e massiccia che, in un mercato libero, non può che spingere verso l’alto le quotazioni dei biglietti.

E non si tratta soltanto di chi deve viaggiare verso Oriente o di chi da lì deve tornare. L’onda lunga dei rincari, spiegano gli analisti, rischia di investire anche le rotte transatlantiche e i collegamenti domestici. Da un lato, c’è il rincaro generalizzato del carburante, che inevitabilmente incide sui costi di qualsiasi tratta. Dall’altro, si sta verificando uno spostamento dei flussi turistici: molti viaggiatori, di fronte all’instabilità mediorientale, stanno ridirigendo le loro preferenze verso mete ritenute più sicure, come gli Stati Uniti o l’Europa stessa, aumentando la pressione della domanda su quei collegamenti e, di conseguenza, le tariffe. A questo si aggiunge, poi, la complessa questione della raffinazione: il costo del petrolio greggio è solo una parte dell’equazione. Le compagnie, infatti, devono fare i conti anche con il crack spread, ovvero il costo per trasformare il greggio in carburante per aerei, un passaggio che non sempre è coperto dai contratti di hedging, le assicurazioni sui prezzi futuri che molte aziende stipulano per proteggersi dalle oscillazioni del mercato. Se il prezzo del petrolio aumenta, ma le raffinerie sono in difficoltà o il processo di raffinazione diventa più caro, l’effetto sui biglietti è doppio. Cathay Pacific, ad esempio, ha dovuto ammettere che, pur avendo coperto una parte del costo del carburante, non ha alcuna protezione per questa seconda voce di spesa.

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