Il caso Minetti e l’adozione lampo in Uruguay: l’Italia chiede conto all’Interpol tra madri scomparse e legali morti
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Redazione Interno
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L’inchiesta sull’adozione del bambino da parte di Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani, una vicenda che aveva fatto da presupposto alla grazia concessa dall’attuale presidente della Repubblica all’ex consigliera lombarda, si arricchisce di un nuovo, decisivo capitolo processuale. L’Italia, come rivelato dal telegiornale uruguaiano Telenoche, ha formalmente attivato i canali della cooperazione internazionale. Nello specifico, tramite l’Interpol, è stata inoltrata una richiesta di informazioni approfondita all’Uruguay. L’obiettivo di questo dossier, che mette sotto la lente d’ingrandimento la procedura seguita dalla coppia, non riguarda però solo la mera regolarità burocratica dell’affidamento, ma si spinge verso risvolti ben più oscuri. La richiesta, infatti, include esplicitamente la necessità di fare luce sulla sorte della madre biologica del minore – una donna che, secondo gli atti, risulta attualmente scomparsa – nonché sulle circostanze che hanno portato alla morte dei legali precedentemente coinvolti nella pratica, avvocati oggi deceduti e il cui destino è oggetto di autonome e parallele indagini giudiziarie. L’Uruguay, da parte sua, non ha al momento fornito un termine prestabilito per l’elaborazione di una risposta, lasciando quindi la diplomazia e la magistratura in attesa di sviluppi.
La difesa di Abdala e il ricorso costituzionale che smentisce la linearità
In netta controtendenza rispetto alle ombre sollevate dalle cronache giudiziarie italiane si pone la voce di chi, all’epoca dei fatti, sedeva ai vertici dell’ente che regola le adozioni. Pablo Abdala, che dal 2020 ha presieduto l’Inau (l’Istituto nazionale per l’infanzia e l’adolescenza) e che oggi ricopre la carica di deputato nazionalista, ha voluto marcare con forza la sua posizione. Secondo la sua ricostruzione – che pure ammette la complessità del caso – l’affidamento del bambino a Minetti e Cipriani sarebbe avvenuto “nel rispetto della legge” e si sarebbe “condotto con successo”. Eppure, proprio nel tentativo di difendere l’operato dell’istituto, Abdala ha lasciato trapelare particolari che confermano quanto il percorso non sia affatto stato lineare. “Nel caso – ha dichiarato – sono intervenuti diversi magistrati, poiché a un certo punto è stato persino presentato un ricorso per tutela costituzionale”. Un’ammissione, questa, che certifica l’esistenza di frizioni giuridiche e di un acceso contraddittorio interno alla magistratura uruguaiana riguardo all’affidamento provvisorio del minore, culminato poi in una sentenza che ha decretato la separazione definitiva dalla famiglia biologica.
L’altra famiglia esclusa: la denuncia della coppia di Maldonado
Ciò che rende il groviglio procedurale ancora più intricato, e che ha probabilmente spinto le autorità italiane a chiedere l’intervento dell’Interpol, è l’esistenza di una seconda, concreta, possibilità di adozione per il bambino. A gettare benzina sul fuoco è la stampa locale, in particolare l’analisi condotta da El Observador, secondo cui nei fascicoli dell’Inau figurava una seconda famiglia uruguaiana, residente nel dipartimento di Maldonado. Questa coppia, a differenza di quella formata dall’imprenditore e dall’ex dentista di Arcore, non solo aveva ottenuto una valutazione tecnica positiva dai servizi sociali, ma era anche già entrata in una fase avanzata della preadozione. I coniugi hanno raccontato ai media locali di aver avuto contatti con il bambino e di aver intrapreso tutte le pratiche del caso, per poi vedersi inspiegabilmente negare l’affidamento. “Ci avevano detto che eravamo idonei – hanno dichiarato – poi hanno deciso diversamente”.
Le visite al ranch e la scelta discrezionale dell’istituto
Sullo sfondo della vicenda restano poi le modalità concrete con cui si è consumato l’affidamento. Secondo quanto emerge dalla documentazione giudiziaria recuperata dagli inquirenti, i bambini ospiti della casa famiglia frequentavano abitualmente il ranch di proprietà di Cipriani. Un’abitudine – ha spiegato Abdala nel tentativo di normalizzare l’accaduto – che rientra nelle pratiche “comuni” per i minori affidati all’Inau, durante la quale veniva accompagnati da educatori e personale specializzato per trascorrervi il pomeriggio. E fu proprio nel corso di queste visite, a stretto contatto con l’ambiente benestante della coppia italo-uruguaiana, che si sarebbe “instaurato un legame accompagnato da sentimenti di affetto”. Questa scelta – che di fatto ha scavalcato un’altra famiglia in graduatoria, convinta di fare il bene del piccolo e che aveva già preparato la stanza del nuovo figlio nella sua modesta casa di Pan de Azúcar – è diventata il fulcro dell’inchiesta, lasciando aperti interrogativi sulla reale trasparenza dell’intero processo adottivo.




