Ekrem Imamoglu, la Turchia sull’orlo della crisi
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Redazione Esteri
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L’arresto di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e principale avversario politico del presidente Recep Tayyip Erdoğan, ha scatenato un’ondata di proteste senza precedenti, riportando alla memoria i giorni convulsi delle rivolte di Gezi Park nel 2013. Condannato con l’accusa – ritenuta da molti pretestuosa – di corruzione e abuso di potere, Imamoglu rappresenta l’ultimo bersaglio di una strategia repressiva che, negli ultimi anni, ha colpito attivisti, giornalisti e oppositori in un clima di crescente autoritarismo.
Mentre la polizia risponde alle manifestazioni con gas lacrimogeni e cariche violente, piazza Sarachane e le vie di Ankara e Izmir si trasformano in teatri di scontri, con oltre 700 arresti e un divieto di assembramento esteso a macchia d’olio. Tra i fermati anche quattordici giornalisti, incluso Yasin Akgul della France Presse, segnando un ulteriore passo verso la criminalizzazione del dissenso. Le immagini di scarpe abbandonate dai dimostranti in fuga, ammassate davanti al municipio di Istanbul, sono diventate il simbolo di una repressione che non risparmia nessuno.
Imamoglu, esponente di spicco del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), erede della tradizione laica di Ataturk, ha ottenuto un sostegno schiacciante nelle primarie del partito, raccogliendo quasi 15 milioni di preferenze. Un risultato che, se da un lato conferma il suo ruolo di antagonista credibile a Erdoğan, dall’altro rischia di accelerare la spirale di tensioni in vista delle presidenziali del 2028.




