La Turchia sull’orlo di una crisi politica tra repressione e resistenza
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Redazione Esteri
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Mentre le strade di Istanbul e di altre città turche si riempiono di manifestanti, il Paese si trova stretto in una morsa tra la crescente pressione autoritaria del governo e la resistenza di un’opposizione che lotta per preservare gli ultimi spazi di democrazia. La recente incarcerazione di Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e figura chiave del Partito repubblicano del popolo (Chp), ha acceso ulteriormente gli animi, trasformando quello che era già un malcontento diffuso in una sfida aperta al potere di Recep Tayyip Erdoğan.
L’arresto di Imamoglu, accusato di frode in un processo che molti osservatori considerano politicamente motivato, non è che l’ultimo tassello di una strategia volta a eliminare ogni voce critica. Il suo partito, che lo definisce una vittima di un vero e proprio «colpo di Stato giudiziario», ha denunciato più volte la sistematica erosione delle garanzie democratiche, mentre i media filogovernativi ignorano le proteste, contribuendo a creare un clima di silenzio forzato.
A peggiorare le cose, il controllo sempre più stretto sulle istituzioni da parte di Erdoğan, al potere da vent’anni, ha reso la Turchia un Paese profondamente diverso da quello laico e moderno voluto da Mustafa Kemal Atatürk. Per una generazione di giovani che non ha conosciuto altro che questo regime, le proteste rappresentano l’unico modo per opporsi a un sistema che ha svuotato progressivamente il pluralismo politico.




