La Nasa rivela il nome dell’astronauta che si è ammalato nello spazio, ma resta il mistero sul problema medico

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   È Mike Fincke il protagonista della prima evacuazione medica nella storia della Stazione Spaziale Internazionale, un episodio che a gennaio aveva portato al rientro anticipato della missione Crew-11 e che ora, su richiesta del diretto interessato, viene svelato nei suoi protagonisti ma non nella sua esatta natura. L’astronauta della Nasa, 58 anni, padre di tre figli e veterano con oltre due decenni di carriera alle spalle, ha infatti autorizzato l’agenzia spaziale a rendere pubblica la sua identità, rompendo quel riserbo che per settimane aveva alimentato indiscrezioni e ipotesi sulle reali condizioni di salute occorse in orbita. Il 7 gennaio, mentre si trovava a bordo del laboratorio orbitante, Fincke ha accusato un malore che ha richiesto l’intervento immediato dei compagni di equipaggio, un team composto dalla statunitense Zena Cardman, dal giapponese Kimiya Yui e dal cosmonauta russo Oleg Platonov, tutti membri della missione giunta al quinto mese di permanenza nello spazio -2-5.

La dinamica del rientro e la precisazione dell’astronauta

La decisione di rientrare anzitempo, concretizzatasi poi l15 gennaio con l’ammaraggio della navetta Crew Dragon Endeavour al largo di San Diego, non è stata presentata come un’evacuazione d’emergenza, bensì come una scelta cautelativa studiata nei dettagli dai medici di Houston e dai tecnici Nasa -2-6. Lo stesso Fincke, nel commentare l’accaduto, ha voluto ringraziare pubblicamente i colleghi, il centro di controllo e i sanitari dello Scripps Memorial Hospital di La Jolla, struttura che lo ha preso in carico subito dopo il ritorno sulla Terra, sottolineando come la loro professionalità abbia garantito un esito positivo della vicenda. “La Nasa ha valutato, correttamente, che avrei potuto avere problemi in seguito, nel corso della missione – ha spiegato l’astronauta in una nota diffusa dall’agenzia – cose che non erano diagnosticabili sulla Iss”, aggiungendo poi di stare bene e di essere già sottoposto ai normali protocolli di rieducazione fisica post-volo presso il Johnson Space Center di Houston -2.

Un profilo di eccezionale esperienza

Fincke, che vanta all’attivo quattro missioni spaziali e un totale di 549 giorni trascorsi in orbita, un primato che lo colloca al quarto posto tra gli astronauti Nasa per durata cumulativa delle missioni, era partito per la Iss nell’agosto del 2025 a bordo di una capsula di SpaceX e avrebbe dovuto fare ritorno sulla Terra soltanto nell’aprile del 2026, se il problema di salute non ne avesse interrotto anzitempo il soggiorno -1-7. L’episodio, peraltro, aveva comportato anche la cancellazione di una passeggiata spaziale programmata proprio con un altro membro dell’equipaggio, ma l’attenzione ora è tutta concentrata sulla trasparenza con cui il militare, colonnello in congedo dell’aeronautica statunitense, ha scelto di raccontare la sua esperienza, senza però mai scendere nei dettagli clinici che restano coperti dal segreto professionale -1-9.

Il riserbo sulla diagnosi e le dichiarazioni pubbliche

La natura del malore, che secondo le cronache sarebbe insorto durante una delle attività extraveicolari in programma, non è stata dunque mai svelata ufficialmente, e la Nasa si è limitata a confermare che l’astronauta aveva avuto bisogno di cure immediate da parte dei colleghi, le quali hanno portato a una rapida stabilizzazione dei parametri vitali -2-9. Fincke, da parte sua, ha voluto sottolineare come il rientro anticipato non fosse dettato da una situazione fuori controllo, bensì dalla necessità di avvalersi di strumenti diagnostici più sofisticati di quelli presenti sulla Stazione Spaziale, come apparecchiature per imaging avanzato che solo in un ospedale terrestre possono fornire un quadro completo. Il suo ritorno in California, immortalato dalle telecamere mentre lasciava la navetta sorridente e veniva adagiato su una barella secondo i protocolli standard per chi trascorre lunghi periodi in microgravità, aveva già fatto intuire che il peggio fosse passato, ma soltanto oggi, grazie alla sua autorizzazione, è possibile attribuire un volto e un nome a quel giorno che ha segnato uno spartiacque nella storia delle missioni spaziali di lunga durata -4.

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