L’astronauta che perse la parola nello spazio: il mistero del malore che ha riportato a casa la Crew-11

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Era il 7 gennaio 2026, e Mike Fincke stava cenando a bordo della Stazione Spaziale Internazionale, forse con la leggerezza di chi ha appena ultimato i preparativi per una passeggiata spaziale, quando la realtà si è frantumata in un istante. L’astronauta di 59 anni, un veterano con oltre 549 giorni complessivi trascorsi in assenza di gravità, ha raccontato all’Associated Press di aver smesso improvvisamente di riuscire a parlare, un’afasia fulminea – “incredibilmente veloce” – che non ha provocato dolore ma che ha innescato la prima evacuazione medica di emergenza nella storia della ISS. I compagni di missione, insospettiti dal suo silenzio improvviso mentre erano tutti a tavola, si sono immediatamente mobilitati attorno a lui, attivando i protocolli di emergenza e contattando i medici di volo sulla Terra in pochi secondi, una reazione che l’ex colonnello dell’aeronautica ha definito “tutti al lavoro nel giro di pochissimi secondi”.

Un episodio della durata di venti minuti che ha cancellato una camminata spaziale

Il malore, che è durato circa venti minuti per poi risolversi senza lasciare strascichi fisici apparenti, ha avuto conseguenze operative immediate e di vasta portata. Era prevista per il giorno dopo una attività extraveicolare, quella che sarebbe stata la decima passeggiata spaziale per Fincke ma, come lui stesso ha rammentato con un certo rammarico, la prima per la collega di equipaggio Zena Cardman. L’evento ha invece costretto la Nasa a interrompere la missione Crew-11 con un mese di anticipo sul programma, facendo rientrare sulla Terra l’intero equipaggio il 15 gennaio 2026 a bordo di una capsula SpaceX. Al rientro, i quattro astronauti sono stati condotti direttamente in ospedale per i primi accertamenti, una precauzione che sottolinea la serietà con cui l’agenzia ha trattato un episodio rivelatosi, almeno in apparenza, innocuo.

La diagnosi dei medici: esclusi infarto e soffocamento, il resto è un punto interrogativo

Nonostante la rapidità con cui Fincke è tornato in condizioni normali, i medici della Nasa si trovano ancora oggi di fronte a un enigma. Gli esami effettuati sia a bordo – dove è risultato prezioso l’ecografo della Stazione – sia sulla Terra hanno escluso le ipotesi più immediate e drammatiche, come un infarto o il soffocamento da cibo. Tutto il resto, però, è ancora al momento completamente in discussione. Fincke ha dichiarato di sentirsi bene e di non aver mai avuto esperienze simili prima di quella sera, ma gli scienziati non escludono che il fenomeno possa essere correlato ai suoi 549 giorni cumulativi di esposizione alla microgravità, una condizione che altera profondamente i fluidi rei e il sistema neurologico. La Nasa, cautela vuole, sta ora passando al setaccio le cartelle cliniche di altri astronauti per capire se episodi del genere siano già occorsi in orbita senza essere mai stati resi pubblici.

La privacy medica e il peso di essere stato il primo

Fincke, che ha voluto identificarsi personalmente per mettere fine alle speculazioni pubbliche, ha spiegato di non poter fornire ulteriori dettagli clinici specifici, perché l’agenzia spaziale intende tutelare la riservatezza medica dei propri membri. Un principio, questo, che diventa cruciale in un ambiente così estremo, dove la paura di vedere esposta la propria salute potrebbe scoraggiare futuri equipaggi dal riferire tempestivamente sintomi magari subdoli. Lui, che si è detto “fortunato ad essere sempre stato in salute superba”, ammette di essersi sentito in colpa per l’accaduto, tanto da scusarsi ripetutamente fino a quando il nuovo amministratore della Nasa non gli ha ordinato di smetterla, ricordandogli che “non era colpa sua, ma dello spazio”. Un ottimista incallito, il colonnello spera ancora di poter tornare in orbita, ma il suo caso ha già acceso un faro sulle incognite mediche che attendono le prossime missioni lunari Artemis.

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