Il primo vicepresidente della Duma: "Pace possibile ma il Donbass è vitale". I nodi del negoziato tra Mosca e Washington
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Una possibilità per arrivare a un accordo che ponga fine al conflitto in Ucraina, secondo Aleksei Chepa, esiste sempre. Ma il deputato russo, primo vicepresidente della Commissione Esteri della Duma, è altrettanto chiaro nel ribadire un punto che per Mosca rappresenta un'autentica linea rossa. Il Donbass, spiega con la consueta franchezza che contraddistingue i falchi moderati del panorama politico russo, è vitale per gli interessi nazionali e non può essere oggetto di trattativa.
Un'affermazione, questa, che getta un'ombra lunga sugli attuali tentativi di mediazione portati avanti dall'amministrazione Trump, mentre al Cremlino si susseguono gli incontri ad alto livello con gli inviati speciali americani. La situazione, come ha avuto modo di constatare di persona Jared Kushner al termine del colloquio durato circa tre ore con Vladimir Putin, rimane estremamente complessa e irta di ostacoli che sembrano al momento difficilmente superabili.
Il ruolo di Aleksei Chepa e la posizione della Duma
Settant'anni, ex oligarca finito sotto il peso delle sanzioni internazionali, Chepa è un veterano del partito Russia Giusta. La sua lunga carriera politica gli ha permesso di ricoprire il ruolo di primo vicepresidente della Commissione Esteri, una posizione che lo pone al centro del meccanismo decisionale e che lo rende di fatto il principale divulgatore delle posizioni ufficiali del Cremlino nei confronti dei colleghi deputati.
Alle sue spalle, come a riempire ogni spazio della sua esistenza pubblica e privata, c'è l'immagine di Putin, impressa nelle fotografie sulla libreria e appesa alle pareti dell'ufficio. La sua voce, in queste ore, assume un peso specifico notevole, perché arriva proprio mentre gli emissari di Washington, Steve Witkoff e lo stesso Kushner, cercano di trovare un punto d'incontro tra le istanze di Kiev e le pretese territoriali di Mosca.
Chepa non lascia spazio a interpretazioni ambigue: il negoziato può fare passi avanti, ma solo se si parte dal presupposto che le conquiste russe sul campo, in particolare nella regione del Donbass, sono un dato di fatto ormai acquisito e non negoziabile.
Il negoziato al Cremlino e la tregua di tre giorni
L'incontro al Cremlino tra Putin e gli inviati americani, che ha visto la partecipazione attiva di Witkoff e Kushner, è stato il palcoscenico su cui si è consumato l'ennesimo capitolo di una trattativa che dura ormai da anni. Parallelamente all'avvio di questi colloqui ad alto livello, è entrata in vigore una tregua di tre giorni, un cessate il fuoco che ha un sapore più tattico che strategico, finalizzato forse a creare le condizioni minime per un dialogo concreto. Ma mentre i diplomatici parlavano a Mosca, sul terreno i nodi strutturali del conflitto restavano tutti al loro posto.
La sorte della centrale nucleare di Zaporizhzhia, il controllo dei territori occupati, le garanzie di sicurezza che l'Ucraina chiede a gran voce e il ruolo che l'Europa intende giocare in questo scacchiere internazionale rappresentano gli ostacoli principali sulla strada verso un accordo di pace duraturo. Prima dell'arrivo dei due emissari statunitensi, il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov aveva già avvertito le parti in causa, sottolineando che qualsiasi proposta di pace deve essere ancorata alla realtà sul campo di battaglia.
Una realtà che, a detta di Ryabkov, non gioca a favore di Kiev, un messaggio indirizzato direttamente a Donald Trump per convincerlo della solidità delle posizioni russe.
Le strategie contrapposte di Mosca e Kiev
Mosca, da parte sua, ha sempre cercato di persuadere il presidente degli Stati Uniti riguardo alla certezza delle proprie conquiste territoriali, ottenute dopo anni di logorante guerra di trincea. Dall'altra parte, Kiev ha invece tentato di dimostrare a Trump che l'immagine di un Paese ormai sull'orlo del collasso, come talvolta dipinta dalla propaganda russa, non corrisponde affatto alla realtà dei fatti.
Questa dialettica serrata, fatta di segnali e contro-segnali, si inserisce in un contesto più ampio, iniziato nel febbraio 2022, quando Mosca e Kiev hanno dato il via a una serie di contatti che però non sono mai riusciti a trasformarsi in un vero e proprio percorso verso la pace. In questi anni, si sono susseguiti brevi cessate il fuoco, scambi di prigionieri che hanno offerto qualche barlume di umanità, e tentativi di mediazione portati avanti da terze parti, ma nessuno di questi passaggi ha prodotto risultati decisivi o tali da modificare la sostanza del conflitto.
Una nuova fase di negoziati ad alto livello si è aperta ufficialmente nel gennaio 2025, subito dopo l'insediamento di Donald Trump, il quale aveva promesso in campagna elettorale di chiudere la guerra in tempi rapidissimi. Tuttavia, i fatti di queste ultime settimane dimostrano che la complessità della crisi ucraina resiste anche alla volontà politica del presidente americano, e le posizioni sul campo restano ancora troppo distanti per ipotizzare una soluzione imminente.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
