Storie da Istanbul: il trono europeo resta in Turchia, l’Italia si ferma ai piedi del podio
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Redazione Sport
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La settima volta, si sa, ha il sapore dell’eternità. Nel crepuscolo della Ülker Sports and Event Hall di Istanbul, sotto gli occhi di tredicimilacinquecento spettatori che hanno trasformato l’arena in un calderone di passione, il VakifBank Istanbul – quella stessa corazzata che meno di ventiquattro ore prima aveva rimontato due set di svantaggio alle campionesse in carica di Conegliano – ha scolpito il proprio nome nell’albo d’oro della CEV Champions League femminile. L’ha fatto nel modo che meglio incarna lo spirito di questo club, a lungo dominatore incontrastato d’Europa prima del recente biennio veneto: vincendo il derby contro le cugine dell’Eczacibasi Dynavit con il punteggio di 3-1, parziali eloquenti di una supremazia ricostruita mattone dopo mattone (25-20, 25-21, 21-25, 25-18).
Per l’architetto di questo successo, il tecnico marchigiano Giovanni Guidetti – che siede ormai da anni sul trono di Turchia come fosse casa sua – si tratta del settimo Titolo continentale sulla panchina delle “Sultane del Bosforo”. Un numero che lo iscrive a pieno titolo tra i demiurghi della pallavolo mondiale, capace di rigenerare un ciclo vincente che sembrava aver imboccato un viale di tramonto proprio per mano delle italiane. Se la semifinale contro la Prosecco Doc Imoco Conegliano era stata una rimonta da infarto, chiusa al tie-break dopo che (nei momenti cruciali del terzo set) la squadra di Daniele Santarelli aveva fallito ben quattro match point consecutivi, la finale si è rivelata un affare più lineare a livello psicologico, anche se non privo di strappi. A fare la differenza, ancora una volta, è stata la coppia offensiva più devastante del panorama continentale: Tijana Boskovic e la russa Markova.
L’accoppiata Boskovic-Markova mette le ali al VakifBank, l’Eczacibasi paga la rincorsa
Se esiste una definizione di “spettacolo” nel volley femminile moderno, questa recita i nomi della opposta serba e della schiacciatrice russa. Dopo aver letteralmente annichilito Conegliano con sessantacinque punti in due nella semifinale, il duo ha replicato con una prestazione da cinquantanove punti complessivi nella finalissima: trentatré per Boskovic (che finalmente, dopo una carriera costellata di trionfi individuali e collettivi, solleva la coppa dalle grandi orecchie proprio contro la sua ex squadra) e ventisei per Markova. Una valanga di punti che ha spazzato via le resistenze di un Eczacibasi pur generoso, guidato dall’italiano Giulio Cesare Bregoli, ma costretto a inseguire sin dalle prime battute. Le venti lunghezze di Ebrar Karakurt e le quattordici di Jack-Kisal, infatti, non sono bastate a contrastare la potenza di fuoco avversaria, complice anche un attacco meno incisivo del solito da parte della polacca Stysiak, fermata a tredici punti.
Dopo un primo set dominato nei fondamentali (25-20) e un secondo strappato con maggiore fatica, complice una reazione d’orgoglio delle rivali (25-21), il match ha subito un breve scossone nel terzo parziale. L’Eczacibasi, spinta dall’orgoglio e dal pubblico amico (sebbene diviso tra le due sponde della stessa città), ha provato a cambiare l’inerzia del match portandosi avanti nel punteggio e chiudendo 25. Il timore di una replica della rimonta subita da Conegliano, insomma, aleggiava nel palazzetto, ma è durato lo spazio di un intervallo. Nel quarto set, il Vakifbank ha rimesso la freccia, ricostruendo un vantaggio rassicurante grazie al muro (quindici i muri vincenti totali) e a una ricezione che ha viaggiato a tratti sopra il cinquanta per cento di positività. Il 25-18 finale ha consegnato la coppa a Guidetti, che laurea così la sua squadra campione d’Europa per la settima volta nella storia del club, rispondendo con gli interessi al digiuno delle ultime due stagioni.
Finanziere e Savino Del Bene: il bronzo veneto e il “legno” toscano in una finale amara
Prima della grande sfida tra le due corazzate anatoliche, l’appuntamento con la piccola storia – quella che non assegna titoli ma definisce il valore di una stagione – ha visto scendere in campo Conegliano e Scandicci per la finalina. Un terzo posto che, dopo le ambizioni di vigilia, sa di consolazione o addirittura di boccone amaro per entrambe. A spuntarla sono state le pantere di Santarelli, che hanno imposto la loro legge per 3-0, mettendo in bacheca la medaglia di bronzo continentale. I parziali (25-16, 26-24, 27-25) raccontano però una partita molto più equilibrata di quanto suggerisca il punteggio secco: la squadra di Massimo Gaspari, priva del peso offensivo di una Skinner sottotono (appena un punto), ha venduto cara la pelle soprattutto nel secondo e terzo set, spingendo le rivali al fotofinish.
Per la Savino Del Bene Volley, infatti, il quarto posto finale – la cosiddetta “medaglia di legno” – rappresenta il verdetto spietato di una Final Four stregata. Se nel computo totale dei punti le toscane hanno tenuto testa alle venete, cedendo solo per due lunghezze negli ultimi due parziali, è nei momenti caldi che si è vista la differenza di esperienza tra chi (Conegliano) ha vinto tutto negli ultimi due anni e chi insegue ancora quella consistenza mentale. Ekaterina Antropova è stata l’anima della resistenza, chiudendo con ventidue punti e laureandosi di fatto top scorer dell’incontro, ben supportata da Ruddins (entrata dalla panchina con undici punti). Dall’altra parte della rete, le solite protagoniste: Isabelle Haak (diciannove punti) e Zhu Ting (diciotto) hanno fatto la differenza nei frangenti decisivi, mentre Gabi ha contribuito con diciassette punti e una ricezione chirurgica.
Ma se il tabellino segna 3-0, è lecito interrogarsi su cosa abbia realmente deciso l’incontro. La risposta sta nei dettagli: Conegliano ha chiuso con un’efficienza in attacco del 53% contro il 42% delle avversarie, risultando letale nei contrattacchi e nei cambi palla. Per Scandicci, il rimpianto maggiore resta la semifinale persa al tie-break contro l’Eczacibasi: un match che le toscane avevano in pugno e che forse avrebbe potuto cambiare il destino di questa due giorni turca. Così, invece, si chiude una cavalcata europea che aveva visto la Serie A italiana dominare le ultime stagioni (con un triplete di coppe e finali mondiali tutte nostrane), ma che in questo 2026 deve inchinarsi alla superiorità del volley turco e alla sua capacità di rigenerare talento su talento.




