Stretto di Hormuz sotto controllo totale Usa. Trump: “Nessuno entra o esce senza il nostro permesso”
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Redazione Esteri
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L’escalation militare in Medio Oriente, alimentata da settimane di ostilità che hanno visto protagonista la Repubblica Islamica dell’Iran, ha subito una brusca accelerazione nelle ultime ore con l’arrivo della portaerei USS George H.W. Bush, un imponente gruppo aeronavale schierato per sorvegliare lo Stretto di Hormuz. Al termine di una settimana che aveva già registrato forti turbolenze sui mercati asiatici, chiusa in netto contrasto venerdì 24 aprile, il presidente Donald Trump – tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno – ha scelto di alzare ulteriormente il tiro verbale, rivendicando il “controllo totale” del passaggio strategico per il commercio globale del greggio.
Petrolio oltre i 105 dollari e timori per l’inflazione nipponica
La conferma della presenza militare a stelle e strisce, nelle acque che separano l’Iran dall’Arabia Saudita, ha avuto immediate ripercussioni sui listini, già nervosi per la prosecuzione del conflitto. Se da un lato il Nikkei di Tokyo ha tentato un timido recupero guadagnando lo 0,8%, dall’altro le piazze cinesi hanno mostrato il fianco alla preoccupazione: Hong Kong ha ceduto lo 0,2%, mentre Shanghai ha lasciato sul terreno lo 0,7%. Le materie prime, come prevedibile, restano il termometro più caldo della crisi; il barile di Wti viaggia intorno ai 95,8 dollari, ma è il Brent – il riferimento per le importazioni europee – a toccare quota 105,3 dollari, alimentando spirali inflazionistiche che iniziano a farsi sentire anche lontano dal teatro bellico. A testimoniarlo è il Giappone, dove l’inflazione annua ha accelerato all’1,5% nel mese di marzo, un deciso balzo in avanti rispetto all’1,3% di febbraio, trainata soprattutto dall’aumento dei costi nei trasporti marittimi e aerei, inevitabilmente lievitati a causa delle rotte deviate per evitare le aree di conflitto.
La strategia della portaerei e il blocco navale preventivo
La scelta di posizionare la gigantesca portaerei, insieme alla sua scorta, non è affatto casuale ma risponde a una precisa dottrina militare già annunciata nei giorni scorsi dall’inquilino della Casa Bianca. In un intervento serale, piuttosto pacato nello stile ma durissimo nei contenuti, Trump ha ribadito che l’opzione nucleare – su cui tanto si era speculato nei mesi precedenti – non è sul tavolo: “A nessuno dovrebbe essere consentito di utilizzarla”, ha dichiarato, liquidando la possibilità di un attacco atomico contro Teheran. Tuttavia, la benevolenza dichiarata non si estende certo alla sfera convenzionale. Il presidente, che ha più volte ripetuto di volersi prendere “tutto il tempo necessario” pur di ottenere “un grande accordo”, ha invece impartito un ordine chiaro e immediato per le acque del Golfo: “distruggere qualsiasi imbarcazione posizioni mine” e, soprattutto, nessun passaggio senza autorizzazione. “Nessuno può entrare o uscire senza l’approvazione della marina americana”, ha tuonato Trump, aggiungendo un dettaglio agghiacciante per l’economia iraniana: “Lo Stretto è sigillato ermeticamente finché Teheran non sarà in grado di raggiungere un accordo”.
Tre settimane di tregua allungate, in attesa degli incontri
Proprio mentre la tensione si concentra sulle acque internazionali, un filo di tregua – seppure instabile – sembra resistere sulla terraferma. Il cessate il fuoco tra Israele e Libano, scaduto in questi giorni, è stato infatti esteso di altre tre settimane. Lo stesso presidente americano si è incaricato di dare l’annuncio, spiegando di aspettarsi che i leader delle due nazioni lo incontrino formalmente già nel corso delle prossime due settimane. Una finestra diplomatica che, nelle intenzioni della Casa Bianca, dovrebbe servire a stabilizzare il fronte settentrionale di Israele, consentendo agli Stati Uniti di concentrare tutte le risorse sul fronte iraniano. In questo scacchiere, Trump ha chiarito che non c’è alcuna fretta di chiudere l’intesa proprio per costruire un patto “che duri”, a patto che Teheran si convinca che il passaggio attraverso Hormuz – e quindi la sua stessa capacità di esportare petrolio – è ormai subordinata al volere americano.




