Picchiato, stuprato e marchiato: il carcere di Marassi e la lunga mano della violenza tra quelle mura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro celle, un ragazzo di appena diciotto anni e una violenza che non conosce limiti, perpetrata per quasi tre giorni consecutivi senza che nessuno – a quanto pare – potesse o volesse interromperla. Il Tribunale di Genova ha chiuso il capitolo giudiziario su una vicenda che aveva sconvolto persino gli addetti ai lavori, quelli abituati a raschiare il fondo del quotidiano nelle aule di sorveglianza. Con il rito abbreviato, che di fatto sconta la pena in cambio della rinuncia al contraddittorio pieno, sono arrivate condanne pesanti per tre dei quattro detenuti coinvolti nelle sevizie ai danni di un giovane fragile, reo d’essere finito dietro le sbarre per una rapina di modesta entità, la prima della sua breve e già tormentata storia.

Le condanne: quattordici anni e sette mesi per i due egiziani, nove per il terzo

Due imputati, entrambi di nazionalità egiziana, hanno visto il destino segnato dalla doppia accusa: violenza sessuale di gruppo e tortura. Per loro, la stessa pena: quattordici anni e sette mesi di reclusione. Un terzo detenuto, invece, è stato condannato a nove anni e dieci mesi, rispondendo solo del reato di tortura perché – hanno motivato i giudici – non vi erano prove sufficienti a dimostrare il concorso nella violenza sessuale. Un quarto uomo, infine, è stato assolto per insufficienza di prove: le sue tracce nel racconto della vittima non sarebbero state altrettanto solide, né confermate dagli elementi raccolti durante l’inchiesta. Tutti e quattro, all’epoca dei fatti, condividevano lo stesso spazio detentivo nella casa circondariale di Marassi, un istituto che già in passato era stato al centro di rapporti critici sulle condizioni di sovraffollamento e sulla carenza di personale.

Tre giorni di fuoco, una rivolta e il volto marchiato con frasi oscene

La vicenda risale al giugno scorso, quando tra il primo e il tre del mese l’adolescente – appena diciottenne – è stato trasformato in un bersaglio. Lo hanno picchiato a sangue. Lo hanno umiliato in ogni modo possibile. Lo hanno violentato ripetutamente. Alla fine, come se non bastasse, l’hanno marchiato in volto con frasi dal contenuto osceno, un marchio che forse il ragazzo porterà dentro – e addosso – per molto più tempo della pena che stava scontando. Quando la notizia delle sevizie è trapelata all’interno del carcere, la situazione è rapidamente degenerata: una rivolta è esplosa tra gli stessi detenuti, alcuni dei quali avrebbero tentato di farsi giustizia da soli. Solo l’intervento massiccio della polizia penitenziaria è riuscito a riportare un equilibrio precario, ma la ferita inferta alla credibilità dell’istituto resterà aperta per mesi, forse anni.

L’inchiesta, il rito abbreviato e il peso della tortura come reato autonomo

Gli sviluppi giudiziari hanno seguito un percorso relativamente rapido, almeno stando ai tempi della giustizia penale italiana. La procura genovese ha ricostruito minuziosamente quei due giorni e mezzo di inferno, incastrando le testimonianze – poche e spesso reticenti – con i referti medici e i traumi riscontrati sul del diciottenne. L’introduzione della tortura come reato autonomo nel nostro ordinamento, avvenuta alcuni anni prima di questi fatti, ha permesso ai magistrati di non limitarsi alle aggravanti generiche, ma di contestare una fattispecie precisa, dalla pena edittale elevata. I quattro imputati, le cui età oscillavano tra i 21 e i 41 anni, hanno scelto il rito abbreviato forse nella speranza di uno sconto significativo, ma i giudici hanno comunque inflitto pene severe: un segnale inequivocabile, per chiunque pensi che dentro un carcere si possa agire senza conseguenze.

L’assenza di protezione per i più deboli e il silenzio che non ha scuse

C’è un dato che resta sospeso tra le righe della sentenza, ed è la fragilità della vittima. Un ragazzo al primo ingresso in un penitenziario, già segnato da una rapina di poco conto, si è ritrovato solo in una cella con persone molto più grandi, molto più esperte e molto più spietate di lui. Nessuno ha fermato la mano dei quattro prima che quella mano diventasse pugno, poi violenza carnale, poi ferro rovente (metaforico o reale che fosse) sulla guancia. Se sia stato timore, complicità o semplice disinteresse, non è dato saperlo. Di certo l’amministrazione penitenziaria dovrà fare i conti con l’ombra lunga di quei giorni, e con la domanda che nessun rapporto ufficiale potrà mai cancellare del tutto: com’è possibile che un diciottenne fragile venga torturato per quasi tre giorni senza che nessuno lo senta urlare?

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