Verstappen sul podio ma è quello capovolto
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Redazione Sport
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L’edizione giapponese del mondiale di Formula 1 ha regalato un sabato a Suzuka capace di ribadire, con una chiarezza quasi imbarazzante per chi insegue, la nuova gerarchia in pista. È la seconda pole position consecutiva per Andrea Kimi Antonelli, il classe 2006 che con il tempo di 1’28”778 ha messo in fila tutti, rifilando distacchi importanti anche al compagno di squadra George Russell, finito a tre decimi. E se il giovane bolognese – fresco di quel primato di precocità conquistato in Cina – si conferma la rivelazione assoluta di questo avvio di campionato, la notizia che davvero fa rumore, quella che racconta di un equilibrio ormai saltato, arriva dall’altra parte del box, dalla consueta casa dei dominatori.
La rassegnazione dopo l’eliminazione in Q2
Max Verstappen, il quattro volte campione del mondo che per anni ha abituato il paddock a un’inarrestabile marcia trionfale, si è fermato al Q2. Per l’esattezza, con l’11° tempo. Non è tanto l’eliminazione in sé – sebbene pesante – a colpire, quanto il contesto e il modo in cui è arrivata. L’olandese ha visto la bandiera a scacchi abbassarsi mentre Arvid Lindblad, rookie della Racing Bulls, gli soffiava l’ultimo posto utile per la Q3 per appena sei decimi. Un verdetto che, sulla carta, potrebbe sembrare frutto di un episodio sfortunato, ma che nei fatti è stato il logico epilogo di un fine settimana (e forse di un periodo) di sofferenza tecnica. A raccontarlo sono le parole dello stesso Verstappen, rassegnato più che arrabbiato: “Non sono nemmeno più frustrato, sono andato oltre”. Una dichiarazione che pesa come un macigno, soprattutto se arriva da un pilota abituato a lasciare il circuito solo dopo aver preteso l’impossibile dalla sua squadra.
La RB22 inguidabile e i fantasmi di un progetto
La comunicazione via radio, intercettata al termine della Q2, è stata eloquente: “C’è qualcosa che non va nella macchina, compagno, è completamente inguidabile all’improvviso in questa qualifica”. Il riferimento era al posteriore, che saltava nelle curve ad alta velocità, un problema di bilanciamento che ha trasformato la RB22 in un avversario ostico da gestire, piuttosto che in uno strumento da gara. Franco Nugnes e Antonio Ghini, nella loro analisi, hanno sottolineato proprio questo aspetto: Verstappen appare spogliato di quella convinzione di invincibilità che per anni lo ha reso inarrivabile. Non si tratta solo di un calo di prestazioni contingente, ma di una perdita di fiducia nel mezzo. “La macchina non gira in inserimento e c’è molto sovrasterzo”, ha spiegato il pilota a fine sessione, aggiungendo che i tentativi di modificare l’assetto tra le prove e le qualifiche hanno peggiorato la situazione. A differenza del passato, quando riusciva a trascinare oltre il limite una vettura imperfetta, oggi Verstappen appare inchiodato a un potenziale che non riesce a esprimere.
Il confronto con il compagno e l’eccezione Hadjar
Se la situazione per la Red Bull è critica, lo è anche un altro dato, forse il più indicativo: per la seconda volta in tre gare, Verstappen è stato battuto in qualifica dal proprio compagno di squadra. Isack Hadjar, il giovane francese chiamato a sostituire Pérez, ha portato l’altra RB22 fino all’ottavo posto in Q3, un risultato che ha parzialmente salvato l’onore della scuderia di Milton Keynes, ma che ha anche acuito il senso di solitudine del quattro volte iridato. La distanza tra i due, in termini di posizioni in griglia, è un abisso di differenze che fotografa un momento di smarrimento tecnico. Mentre il rookie sembra riuscire a gestire le difficoltà della vettura, Verstappen – abituato a lottare per il mondiale – si ritrova a dover spiegare con il linguaggio della rassegnazione una situazione che, a inizio anno, sarebbe apparsa impensabile. L’intera struttura, che per anni ha costruito cicli di vittorie su cicli di vittorie, sembra ora dover fare i conti con una piattaforma tecnica che rifiuta di collaborare.
La Mercedes vola, il resto del mondo guarda
Mentre nel box Red Bull regnava l’aria pesante del lunedì mattina, dall’altra parte del circuito la Mercedes celebrava una supremazia schiacciante. Antonelli non solo ha conquistato la pole, ma ha imposto un ritmo che nessuno ha potuto realmente contrastare, nemmeno il compagno Russell, che pure si è dovuto accontentare del secondo posto davanti a una McLaren in crescita e a una Ferrari ancora alla ricerca della quadratura del cerchio. La monoposto tedesca sembra viaggiare su un altro pianeta, capace di gestire le variabili di Suzuka con una disinvoltura che fa pensare a un cambio di guardia definitivo nella gerarchia. Per Verstappen, partito con l’obiettivo di difendere il Titolo in un mondiale che sembrava potesse essere ancora suo, la realtà del sabato giapponese è stata un promemoria crudele. L’eliminazione alle spalle del compagno di squadra, unita alla constatazione che la macchina “non dà fiducia per attaccare in nessuna curva”, segna un punto di svolta. È il ritratto di un campione che, dopo anni di supremazia, si trova a guardare lo stesso podio ma da una prospettiva rovesciata, quella di chi deve rincorrere senza avere più gli strumenti per farlo.
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