Commisso, la nota della Fiorentina: “Respingiamo le accuse diffamatorie”

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’ombra della ‘ndrangheta si allunga ancora una volta sul mondo del calcio che conta, e stavolta a finire nel mirino – seppur in una veste del tutto peculiare – è la memoria di Rocco B. Commisso, il patron della Fiorentina scomparso lo scorso 16 gennaio. A distanza di pochi mesi dalla sua morte, il suo nome è emerso in un’informativa dei carabinieri del Ros, depositata alla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria nell’ambito della complessa operazione “Risiko”. L’elemento scatenante la polemica, e che ha indotto la società viola a una reazione immediata e durissima, è rappresentato dal contenuto di una conversazione intercettata in un bar di Siderno lo scorso luglio; in quella circostanza, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, il presunto boss Frank Albanese avrebbe dichiarato che Commisso «ha lasciato un milione di euro all’associazione», specificando come il presunto versamento fosse destinato non a Siderno ma a Marina di Gioiosa Ionica, suo paese natale.

L’intercettazione e il contesto dell’inchiesta “Risiko”

L’inchiesta “Risiko”, che ha già portato a sette arresti tra Italia e Stati Uniti in stretta cooperazione con l’Fbi, mira a decapitare la fitta rete di affari della cosca di ‘ndrangheta facente capo al clan Commisso di Siderno, e le parole di Albanese – raccolte in un’intercettazione ambientale – rappresentano ora un tassello delicato per i magistrati. In quella stessa conversazione, l’uomo avrebbe anche accennato ai rapporti dell’imprenditore italo-americano con l’ex dirigente viola Joe Barone e agli investimenti immobiliari nel centro sportivo Viola Park, dettagli che contribuiscono a delineare il contesto in cui si muoveva il ragionamento dei malavitosi. È fondamentale, tuttavia, notare come dagli atti emerga che lo stesso Albanese fosse l’unico a riferire di questo finanziamento, senza che gli altri soggetti presenti al tavolo fornissero una conferma esplicita o aggiungessero particolari; gli investigatori stessi, nella loro informativa, hanno tenuto a precisare un punto dirimente: l’omonimia tra il cognome dell’imprenditore e quello della famiglia di ‘ndrangheta non implica, ovviamente, alcun legame di parentela.

Il durissimo comunicato della Fiorentina e la difesa della memoria

Proprio alla luce di questa fragilità probatoria, la reazione della Fiorentina non si è fatta attendere. Con una lunga nota diffusa sul proprio sito ufficiale, il club e il suo nuovo presidente, Giuseppe B. Commisso – subentrato al padre alla guida della società – hanno respinto al mittente quelle che hanno definito «accuse false, diffamatorie e del tutto prive di fondamento probatorio». Nel mirino dei vertici viola è finito in particolare il titolo dell’articolo pubblicato dalla Gazzetta del Sud, ritenuto «intrinsecamente diffamatorio» perché presenterebbe come un fatto accertato una circostanza che invece, nello stesso pezzo, viene esposta con un linguaggio ipotetico e condizionale; la società parla chiaramente di “informazione de relato”, ovvero una notizia riferita per sentito dire e priva di riscontri oggettivi. A sostenere questa tesi, i dirigenti viola sottolineano come l’articolo incriminato ammetta da solo che l’accusa avrebbe valore soltanto «se fosse pienamente verificabile», pur utilizzando poi un titolo che sembra dare per certa la colpevolezza del defunto patron.

Strategia legale e uso strumentale del cognome

La nota della Fiorentina non si limita a una smentita di facciata, ma si configura piuttosto come un vero e proprio atto di accusa nei confronti della linea editoriale del quotidiano calabrese. La società ha infatti conferito mandato ai propri legali affinché intraprendano ogni azione necessaria – compresa la costituzione di parte civile, laddove possibile – per tutelare la memoria e la reputazione del compianto presidente. Un passaggio particolarmente interessante riguarda la contestazione dell’uso del cognome “Commisso”: se da un lato l’articolo riconosce che tra la famiglia dell’imprenditore e il clan di Siderno non esiste «ovviamente alcun legame», dall’altro, secondo la difesa, viene sfruttata questa coincidenza per creare un’associazione subdola e altamente lesiva nella mente del lettore. La vita di Rocco Commisso, nato in Calabria e poi emigrato negli Stati Uniti dove ha costruito un impero nelle telecomunicazioni, è stata sempre spesa – come ricordato nel comunicato – per opporsi proprio a quegli stereotipi che legano ingiustamente gli italo-americani alla criminalità organizzata; la sua eredità viene difesa ora con la stessa determinazione che lo ha portato a realizzare il Viola Park, il più grande centro sportivo d’Italia, e a sostenere iniziative filantropiche durante l’emergenza Covid.

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