Miccoli, tra il Pibe e il baratro: “Non firmai per Moggi jr, e la Juve mi lasciò solo sul bus. In carcere giocavo in porta perché...”
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Redazione Sport
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Quando un bambino, domenica pomeriggio, allo stadio Via del Mare di Lecce, vede “apparire” Diego Armando Maradona, non può che restare folgorato. Così Fabrizio Miccoli, che di quella folgorazione parlò come di una visione quasi mistica – “come se avessi visto Gesù Cristo” –, decise che il suo destino sarebbe stato quello di assomigliare all’idolo. Non solo nel piede fatato o nel peso della maglia numero 10, ma anche in quella propensione per le amicizie pericolose, le luci abbaglianti e le ombre pesanti che troppo spesso accompagnano il genio.
E, in buona parte, ci riuscì. Miccoli, miglior marcatore nella storia del Palermo con ottantuno gol in sei stagioni (dal 2007 al 2013), è stato allo stesso tempo grandezza e dannazione. Un calciatore capace di segnare una rovesciata memorabile ad Anfield Road, nel marzo 2006, nella tana del Liverpool, e pochi anni dopo finire nel vortice della cronaca giudiziaria. Fu un insulto alla memoria di Giovanni Falcone – emerso da intercettazioni telefoniche – a costargli la cittadinanza onoraria di Corleone, ma il suo declino affonda le radici più indietro, forse persino negli anni bianconeri.
La frattura con la Juventus e il “figlio di Moggi”
In un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, l’ex attaccante (che ha vestito le maglie di Ternana, Perugia, Fiorentina, Benfica e naturalmente Lecce) ha offerto un dettaglio inedito sulla sua esperienza torinese. “Alla Juventus forse ho pagato per non aver accettato il figlio di Moggi come procuratore”. Un riferimento, questo, a un rifiuto che secondo Miccoli avrebbe pesato sul suo trattamento: l’isolamento sul pullman della squadra, l’emarginazione silenziosa che lui stesso racconta senza giri di parole. Non firmò per l’allora procuratore – che di Moggi, l’ex direttore generale, portava il cognome – e da quel momento, dice, “mi lasciarono solo sul bus”. Una scelta, la sua, che avrebbe segnato un prima e un dopo, anche se all’epoca nessuno poteva immaginare fino a che punto la sua parabola si sarebbe incrinata.
Il carcere, le lacrime e le partitelle in porta
Dal paradiso dello stadio all’inferno di un carcere, quello di Rovigo, dove Miccoli è entrato per scontare una pena legata all’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Una brutta pagina, che lui stesso non cerca di edulcorare. “Ho fatto tanti errori, in carcere ho pianto e imparato a stare da solo”, ha confessato. E proprio tra le mura del penitenziario, il talento è riaffiorato nella sua forma più cruda e umana. Giocava in porta, durante le partitelle tra detenuti. Non più il numero 10 chiamato a inventare assist o a firmare rovesciate, ma un uomo costretto a difendere uno spazio piccolo, a sporcarsi le mani, a subire i tiri altrui. Una metafora, questa, che non ha bisogno di commenti.
La rinascita tra le donne e il pallone
I cancelli di Rovigo si sono aperti a metà maggio del 2022. Da allora, Miccoli – oggi quarantasettenne – racconta di essere stato “salvato dalle donne”. E non è una frase a effetto: allena una squadra femminile, una terza vita cominciata dopo aver toccato il fondo. Il calcio, che da bambino gli era apparso come una promessa di gloria, è tornato a essere un rifugio, ma senza più il delirio di onnipotenza che lo aveva sopraffatto. “Non mi sforzavo, puntavo solo sul mio talento”, ammette oggi, quasi a volersi scusare con quel ragazzo che allo stadio di Via del Mare vide Maradona e pensò che bastasse imitarlo per restare in piedi. La verità, la sua, è che il piede fatato non basta. E che a volte, per imparare a stare da soli, bisogna prima perdere tutto.
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