Miccoli si confessa: «La Juve mi umiliò, vergogna per le offese a Falcone. In carcere giocavo in porta»
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Redazione Sport
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Fabrizio Miccoli, uno dei fantasisti più dotati della sua generazione – quella che annoverava fenomeni come Totti, Del Piero e Pirlo – ha rotto un silenzio durato anni, affidando a un’intervista al quotidiano sportivo ‘La Gazzetta dello Sport’ il racconto di una carriera e di una vita segnate da luci abbaglianti e ombre pesantissime. Cresciuto nell’adorazione di Diego Armando Maradona, al punto da paragonare l’incontro con il Pibe de Oro a una visione mistica («Come se avessi visto Gesù Cristo»), l’attaccante salentino ha ripercorso senza filtri i momenti più bui: l’umiliazione subita alla Juventus, le parole vergognose nei confronti del giudice Giovanni Falcone e l’esperienza carceraria, dove – ammette – finiva per giocare tra i pali della porta durante le partite tra detenuti. Fuori dal rettangolo verde, Miccoli si è infatti trovato al centro di vicende giudiziarie complesse, capaci di intaccare quella reputazione che i suoi piedi, invece, avevano costruito con giocate preziose.
«Lasciato solo sul pullman, la Juve mi umiliò»
Il rapporto con la Vecchia Signora, racconta Miccoli, non fu mai realmente felice. Tornato dal prestito alla Fiorentina, si ritrovò in una squadra appena premiata in Comune per la vittoria dello scudetto, ma fu il trattamento riservatogli a lasciargli addosso una ferita ancora aperta. «Mi lasciarono solo sul bus, mi umiliarono», spiega senza girarci troppo attorno. A complicare il quadro, un consiglio ricevuto da Antonio Conte – allora suo compagno di spogliatoio – che gli suggerì di firmare per la Gea, l’azienda di procura sportiva legata a Luciano Moggi. Un passaggio, questo, che getta una luce ulteriore su un ambiente, quello juventino di inizio millennio, dominato da dinamiche di potere e logiche di spogliatoio spietate. Da lì, la carriera di Miccoli prese strade tortuose: il prestito al Perugia, poi la gloria ritrovata a Palermo – dove arrivò a sentirsi «come Maradona», per l’idolatria dei tifosi – e infine un ritorno a Lecce che si trasformò in un nuovo disincanto. «Pensavo mi avrebbe preso il Lecce, ma loro mi gelarono: ‘Non è che qui sarai titolare perché sei stato al Milan’», confessa, riferendosi a un passato che lo vide partire proprio dal vivaio dei salentini per approdare al Milan, prima di intraprendere la carriera professionistica tra Casarano e Ternana.
«Le offese a Falcone? Mi vergogno, fu un abisso»
Ma il passo più doloroso della confessione di Miccoli riguarda le frasi offensive pronunciate nei confronti di Giovanni Falcone, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1992. L’ex calciatore non cerca attenuanti: prova vergogna, e lo dice senza mezzi termini. Quelle parole, emerse nel corso delle sue vicende giudiziarie, rappresentarono un punto di non ritorno nell’immagine pubblica di un ragazzo che dal mito di Maradona aveva ereditato solo la tecnica, non certo la capacità di restare lontano dai guai. La giustizia, d’altronde, è entrata pesantemente nella sua esistenza, portandolo a scontare una pena detentiva. Ed è lì, in carcere, che Miccoli ha trovato un modo surreale per continuare a fare ciò che sapeva fare meglio: il calciatore. «Giocavo in porta», rivela con un’amarezza che non prova nemmeno a nascondere. Una scelta obbligata, forse, per tenere acceso un legame con quel pallone che fu la sua fortuna e, in parte, la sua condanna.
Dal rifiuto del Milan al fallimento di una rinascita
A completare il mosaico di una carriera piena di rimpianti, c’è l’episodio legato al Milan. Miccoli confessa di aver sofferto, di non aver resistito e di essere tornato a casa, a Lecce, aspettandosi un abbraccio che non arrivò mai. La risposta della società fu gelida, quasi punitiva: nessun posto da titolare garantito, solo la consapevolezza di essere stato etichettato come un prodotto del vivaio che aveva osato andarsene. Un atteggiamento, quello del club pugliese, che il giocatore ancora fatica a dimenticare. Firmerà allora per il Casarano, poi la Ternana, infine l’approdo alla Juventus e il prestito al Perugia, in un peregrinare che racconta bene la distanza tra il talento cristallino e la capacità di gestirlo. Eppure, nonostante tutto, Miccoli non rinnega il suo passato: nemmeno quello più oscuro, che pure gli è costato la libertà e la reputazione. Il carcere, oggi, è un capitolo chiuso; le umiliazioni, invece, restano lì, a testimoniare un mondo – quello del calcio che conta – capace di esaltare e distruggere con la stessa indifferenza.
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