«Pasticcino» da Cogliate a Hollywood, il barbone gigante nel sequel de «Il diavolo veste Prada»

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’era una volta un cane di Brianza, e quella favola – ambientata tra le via del centro di Milano e un set ricostruito nei sobborghi – oggi approda sugli schermi italiani. Pasticcino, esemplare di barbone gigante dal mantello folto e dallo sguardo impassibile, ha infatti un ruolo nel cast de «Il diavolo veste Prada 2», il sequel che arriva in tutte le sale a partire da questa data. La sua presenza, lungi dall’essere un semplice cameo, è stata trattata con il protocollo riservato a una vera star: mesi fa, per accompagnarlo dalla struttura di Cogliate fino ai luoghi delle riprese milanesi, gli hanno persino messo a disposizione un’auto con autista personale. Nessuna sbracatura da attrezzista, insomma, per chi appartiene a Chiara Trovò, la veterinaria che gestisce il Bao Miao Village.

Un pedigree hollywoodiano costruito in una clinica per gatti

Non è frequente che un animale domestico passi dalla sala d’aspetto di un ambulatorio veterinario al grande schermo accanto a Meryl Streep. Eppure Pasticcino ci è riuscito, sfruttando il legame diretto con la sua proprietaria, la quale opera in una struttura specializzata in felini – ma evidentemente aperta anche ad altre forme di talento. Il film, che riporta in scena il dittatore indiscusso della moda Miranda Priestly insieme ad Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci, ha così potuto contare su un interprete a quattro zampe dal portamento nobile e dalla pazienza da professionista consumato. Sul set, raccontano fonti di produzione, il barbone gigante non ha mai mostrato segni di stress, seguendo con placida dignità le indicazioni degli addestratori.

Nel sequel anche una cena davanti al finto Cenacolo e l’ombra di una sosia

Tra i momenti clou della pellicola – che la critica statunitense, va detto, ha accolto con giudizi sorprendentemente positivi – spicca una sequenza girata ricostruendo l’ultima cena di Leonardo, il celebre affresco. In quella scena, ambientata durante un banchetto esclusivo per gli inserzionisti top di Runway (la rivista diretta dalla temutissima Priestly), il Cristo sul punto di essere tradito diventa un contraltare visivo alla riflessione della protagonista su quanto sia facile cadere in errore, anche nel mondo dell’editoria patinata. E proprio qui, in un angolo dell’inquadratura, si muove Pasticcino senza alcuna goffaggine. Non solo: dietro le quinte, durante le riprese, si sarebbe aggirata anche una sosia di Anne Hathaway, impiegata per alcuni controcampi; l’animale, abituato a riconoscere la sua vera partner umana, non ne fu minimamente turbato.

Dalla sala d’attesa alla première: il viaggio (reale) di un cane da salotto

Il tragitto quotidiano che Pasticcino ha compiuto per settimane – Cogliate, provincia di Monza e Brianza, fino agli studi milanesi – è stato gestito come se si trattasse del trasferimento di un divo capriccioso. Autista, sedile posteriore riservato, niente corse in autobus né attese sotto la pioggia. Il risultato, oggi sotto gli occhi del pubblico italiano, è un’apparizione che non stravolge la trama ma la impreziosisce con quel non so che di autentico che solo un vero barbone gigante può offrire. I critici americani, nel giudicare positivamente il sequel, hanno sottolineato soprattutto il modo in cui il film racconta lo stato attuale dell’editoria, tra crisi dei cartacei e ossessione per i clic; nessuno di loro, invece, si è soffermato sulla bravura del cane. Ma chi conosce la storia di Pasticcino sa che per un attore a quattro zampe la vera consacrazione è proprio questa: passare inosservati, come se fossero sempre stati lì.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.