Marianna Madia lascia il Pd per approdare da indipendente a Italia viva

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La deputata romana, in Parlamento dal lontano 2008, ha rotto gli indugi. Marianna Madia ha formalizzato l’addio al Partito Democratico, un’operazione, quella del trasloco, che circolava nei corridoi di Montecitorio come un rumor insistente già da diverse settimane, ma che solo lunedì mattina ha trovato la sua ufficializzazione. L’ex ministra, classe 1980, transiterà quindi tra i banchi del gruppo di Italia viva, seppur con la qualifica di indipendente, portando con sé un bagaglio di esperienza che spazia dalla prima legislatura iniziata con Walter Veltroni fino ai ruoli apicali nei governi a guida renziana e gentiloniana.

È stata proprio la militanza nell’ala riformista del partito, quella che fa capo all’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi – colui che la volle al ministero per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione – a determinare la crescente distanza dalle attuali direttrici tracciate dalla segretaria Elly Schlein. Una distanza che si è fatta abisso nelle ultime settimane. Del resto, la stessa deputata, che nel 2018 aveva ricoperto il ruolo di portavoce del partito, difficilmente avrebbe trovato spazio, o un posto utile per la ricandidatura, nelle liste dem alle prossime politiche. La scelta, quindi, sembra essere stata il frutto di una lenta ma inesorabile erosione della base politica comune, più che uno strappo improvviso.

Addii nell’aria, tra primarie delle idee e firme trasversali

Il graduale avvicinamento alla galassia di Iv aveva già avuto segnali concreti nelle settimane precedenti. All’inizio di aprile, ad esempio, Madia aveva partecipato insieme ad altri esponenti dell’area riformista dem – come Graziano Delrio e Giorgio Gori – alle cosiddette “Primarie delle idee”, l’evento organizzato proprio dal fondatore di Italia viva per gettare le basi del programma elettorale del centrosinistra in vista del prossimo appuntamento con le urne. Un evento, quello romano, che la stessa deputata aveva difeso pubblicamente come uno spazio ampio di partecipazione, capace di andare “molto oltre i confini di partito”. Una frase, quest’ultima, che suonava già come un’anticipazione della separazione imminente.

Un altro tassello era arrivato a marzo, in occasione del voto sulle risoluzioni riguardanti la politica estera: mentre a Montecitorio si discuteva delle comunicazioni della premier sui dossier Iran e Consiglio Ue, Madia non aveva esitato a sottoscrivere un documento unitario messo a punto da Azione e Iv, rompendo di fatto la compattezza del gruppo dem. In quell’occasione, giustificando un approccio che definiva “dialogante” anche con la maggioranza, aveva sottolineato come si dovesse andare a verificare il contenuto delle aperture governative, legittimando una posizione terza che il partito non ha gradito.

Cariche e retroterra politico di chi lascia Roma

Reduce da un dottorato in economia del lavoro e con un passato nell’Agenzia di ricerche e legislazione (Arel) fondata da Nino Andreatta, Madia ha costruito la sua carriera sulle riforme amministrative. Fu ministra senza portafoglio dal 2014 al 2018, prima con Renzi e poi sotto la guida di Paolo Gentiloni, un ruolo che le permise di mettere mano – almeno sulla carta – a meccanismi come il reclutamento nella Pubblica amministrazione, cercando di superare le logiche delle “graduatorie infinite” e dei “meccanismi nebulosi”. Nonostante le premesse operative dei suoi anni al dicastero, l’attuale transizione politica rappresenta per lei un azzardo calcolato: abbandonare il principale partito di opposizione per rifugiarsi in una costola centrista che, seppur guidata dall’alleato di una vita, fatica a decollare nei sondaggi, ma dove certamente il ruolo da protagonista è più a portata di mano. Non ci sono, al momento, dichiarazioni ufficiali della segreteria del Pd sulla vicenda, mentre il gruppo di Italia viva si prepara ad accogliere la nuova componente.

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