Il dramma di Abu Safiya, pediatra di Gaza: "Mi hanno portato qui per uccidermi"
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Redazione Esteri
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Arriva dal carcere israeliano di Nitzan il drammatico appello di Hussam Abu Safiya, noto pediatra e direttore dell'ospedale Kamal Adwan nel nord della Striscia di Gaza. Durante l'ultimo incontro con il suo avvocato, Nasser Odeh, avvenuto il 2 luglio scorso, il medico ha pronunciato parole che lasciano poco spazio alla speranza: "Questa è l'ultima volta che mi vedrai, mi hanno portato qui per uccidermi, non credo di sopravvivere".
Un grido che arriva dopo oltre 18 mesi di detenzione senza accuse formalizzate, e che ha scatenato un coro di appelli da parte delle organizzazioni per i diritti umani e di un gruppo di parlamentari britannici del Partito Laburista, i quali hanno chiesto al proprio governo di intervenire con urgenza per chiederne il rilascio.
Un medico simbolo della resistenza sanitaria a Gaza
Hussam Abu Safiya, nato il 21 novembre 1973, lavorava come pediatra presso l'ospedale Kamal Adwan dal 2015, diventandone direttore nel dicembre 2024, in un momento in cui molti colleghi avevano già lasciato la Striscia. Durante il conflitto, si è rifiutato di obbedire agli ordini dell'esercito israeliano di abbandonare la struttura, rimanendo al proprio posto per continuare a curare bambini e feriti nonostante le difficoltà estreme.
La sua immagine, mentre camminava tra le macerie indossando il camice bianco verso un carro armato israeliano, è diventata un simbolo della resistenza del personale sanitario palestinese. Il 27 dicembre 2024, dopo un assedio di 85 giorni all'ospedale, le forze israeliane hanno fatto irruzione nella struttura, arrestando Abu Safiya e mettendo fuori servizio l'ultimo grande ospedale ancora funzionante nel nord di Gaza.
Da quel giorno, il medico è detenuto in base alla legge israeliana sui "combattenti illegali", che consente la detenzione amministrativa senza processo per periodi prolungati e senza l'obbligo di formulare accuse formali.
Il racconto dell'avvocato: percosse e condizioni disperate
Il resoconto dell'avvocato Nasser Odeh dopo la visita al centro di interrogatori sotterranei di Rakefet, all'interno del carcere di Nitzan, dipinge un quadro agghiacciante delle condizioni di salute del suo assistito. Abu Safiya sarebbe stato condotto al colloquio ammanettato mani e piedi e scortato da guardie incappucciate, presentando ferite recenti e gravi alla testa, agli occhi, alle orecchie e al collo, tanto che l'avvocato ha faticato inizialmente a riconoscerlo.
Durante l'incontro, il medico avrebbe mostrato evidenti difficoltà respiratorie e nell'articolare le parole, apparendo estremamente debole e più volte sul punto di perdere conoscenza, con un aspetto spaventato e riluttante a parlare liberamente per timore di ritorsioni. Secondo quanto riportato da Odeh, dal trasferimento nel nuovo reparto, Abu Safiya sarebbe stato sottoposto a percosse quotidiane che gli hanno causato ripetuti episodi di svenimento, senza ricevere cure mediche adeguate.
L'organizzazione israeliana Physicians for Human Rights, che rappresenta il medico, ha definito la testimonianza dell'avvocato come una delle più allarmanti ricevute dall'inizio della guerra, sottolineando come le sue condizioni siano precipitate dopo che aveva contestato la propria detenzione in tribunale.
Le reazioni internazionali e le contestazioni israeliane
Di fronte al pericolo imminente per la vita di Abu Safiya, si sono moltiplicati gli appelli alla comunità internazionale. Amnistia Internazionale ha chiesto la sua "libertà immediata e incondizionata", definendo inconcepibile che un pediatra che ha dedicato la vita a salvare gli altri possa essere sottoposto a tortura e maltrattamenti mentre è detenuto senza accuse. Anche il figlio del medico, Elias, ha lanciato un accorato appello affinché il mondo intervenga prima che sia troppo tardi, temendo che il silenzio possa costare la vita del padre.
Le autorità carcerarie israeliane, dal canto loro, hanno respinto le accuse definendole "false e completamente prive di fondamento", affermando che tutti i detenuti sono trattenuti secondo la legge e ricevono cure mediche in base alle linee guida del Ministero della Salute, pur rifiutandosi di commentare il caso specifico per motivi di privacy.
Tuttavia, la crescente preoccupazione sollevata dalle organizzazioni per i diritti umani, unite alle richieste di intervento di esperti delle Nazioni Unite e di parlamentari britannici, ha riacceso i riflettori sulla controversa pratica della detenzione amministrativa e sulle condizioni dei detenuti palestinesi, delle quali l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha più volte denunciato la gravità.
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