L’ideologia di Teheran non si sradica in poche settimane, l’avvertimento di Carmon

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’operazione militare congiunta israelo-statunitense, lungi dal raggiungere una rapida conclusione, si trova di fronte a una realtà ben più complessa e radicata di quanto forse ipotizzato negli ambienti decisionali di Washington e Gerusalemme. A fornire una lettura lucida, e per certi versi inquietante, della situazione è Yigal Carmon, presidente del MEMRI, l’istituto che da anni monitora e traduce i media in lingua araba e persiana. Carmon, che pure sostiene senza riserve l’azione militare in corso, descrive un nemico la cui tenacia ideologica rappresenta un ostacolo formidabile, tale da rendere impensabile qualsiasi cedimento interno o soluzione negoziale rapida. Il regime di Teheran, sottolinea l’analista, non presenta al suo interno figure paragonabili a una Delcy Rodríguez, personificazione di un tradimento ai danni del proprio governo che potrebbe aprire varchi insperati; al contrario, il sistema guidato – dopo la morte del predecessore – da Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah, appare coeso e determinato a combattere fino all’ultimo.

La tenuta del fronte interno e l’isolamento americano

Le valutazioni di Carmon trovano peraltro riscontro in alcuni rapporti dell’intelligence statunitense, dai quali emergerebbe come, a settimane dall’inizio delle ostilità, non si siano prodotti quei fenomeni di crepa o defezione all’interno della struttura di potere iraniana che forse ci si attendeva. Al contrario, la leadership, saldamente in mano ai pasdaran, ne esce paradossalmente rafforzata, convinta di aver retto all’urto con gli Stati Uniti di Donald Trump. Questa resilienza si accompagna a una capacità di ritorsione che sta ridisegnando la geografia del conflitto, estendendolo a tutto l’arco del Golfo. Attacchi missilistici e con droni hanno preso di mira non solo Israele, ma anche installazioni cruciali in paesi come gli Emirati Arabi Uniti, con il suo porto di Fujairah, e il Qatar, dove il grande giacimento di gas di Ras Laffan è stato avvolto dalle fiamme, in un crescendo di violenza che minaccia le infrastrutture energetiche globali.

Sul fronte opposto, la coalizione guidata da Trump registra un crescente isolamento, una solitudine geopolitica che lo stesso presidente ha finito per certificare. Attraverso un intervento sul suo social, Truth, ha dovuto prendere atto del rifiuto opposto dalla maggior parte degli alleati Nato – con il cancelliere tedesco Friedrich Merz che ha parlato apertamente di una guerra che non appartiene all’Europa – e da partner strategici storici come Giappone, Australia e Corea del Sud, i quali hanno declinato la richiesta di fornire sostegno navale per garantire il libero transito attraverso lo Stretto di Hormuz. Un rifiuto motivato dai danni economici che il conflitto sta già infliggendo al Vecchio continente, ma anche da una precisa scelta di campo, quella di non farsi trascinare in un’avventura militare decisa senza alcuna concertazione preventiva. La frase attribuita a Merz, secondo cui l’operazione rappresenterebbe il “lavoro sporco” che Israele e Usa fanno per conto dell’Occidente, fotografa un imbarazzante cortocircuito diplomatico.

La strategia iraniana e il nodo di Hormuz

Nel frattempo, la strategia iraniana punta a massimizzare l’impatto economico del conflitto, trasformando lo Stretto di Hormuz in una leva di pressione inestricabile. Il blocco di fatto imposto al passaggio delle navi, un corridoio attraverso cui fluisce quotidianamente circa un quinto del petrolio mondiale e una quota rilevantissima di gas liquefatto, ha ridotto i transiti a un rivolo, con una diminuzione superiore al novantacinque per cento rispetto al periodo prebellico. Le poche petroliere che riescono a transitare sono in larga parte battenti bandiera iraniana o sottoposte a sanzioni, e il loro greggio sembra destinato prevalentemente alla Cina, che continua a rifornirsi da Teheran. Una mossa, quella di chiudere i rubinetti dell’oro nero, che mira a colpire gli avversari nel loro punto nevralgico, ben sapendo che, come afferma Carmon, se il regime dovesse soccombere, è intenzionato a trascinare con sé quanti più paesi possibile, a cominciare dai vicini del Golfo. L’offensiva in corso, con le sue ripercussioni sulle forniture energetiche e la minaccia costante di un allargamento del conflitto a tutto il Medio Oriente, si configura pertanto come una prova di forza dalla durata e dagli esiti tutt’altro che scontati.

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