Mps, Caltagirone e Lovaglio: la regia del terzo polo
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Redazione Economia
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La partita per il controllo del terzo polo della finanza italiana, un intricato gioco di scatole cinesi dove Monte dei Paschi di Siena detiene ora il pacchetto di controllo di Mediobanca, e attraverso questo una quota di primo piano in Generali, sta mostrando tutte le sue tensioni interne. La banca senese, risanata dopo un lungo e costoso salvataggio pubblico, si ritrova così al centro di una complessa fase di definizione strategica, dove le scelte sulla gestione di quegli asset così pregiati finiscono per intrecciarsi, inevitabilmente, con gli equilibri di potere al suo interno. Un nodo cruciale, questo, che il consiglio di amministrazione è stato chiamato a sciogliere in una maratona romana, durante la quale si è discusso dell’impostazione del nuovo piano industriale da sottoporre alla vigilanza della Banca Centrale Europea.
Il nodo strategico e la frattura azionaria
Secondo quanto riportato da fonti di stampa internazionali, proprio sulla gestione della partecipazione in Generali – storicamente il cuore del potere di Mediobanca – si sarebbe consumato un contrasto tra l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, e uno dei principali azionisti di riferimento, Francesco Gaetano Caltagirone. Il punto di frizione risiederebbe nelle modalità con cui la banca senese dovrebbe gestire quel cospicuo pacchetto azionario, eredità dell’acquisizione di Piazzetta Cuccia, che la trasforma in un attore di primo piano nell’assicurazione italiana. Una divergenza, questa, che tocca nervi scoperti e che potrebbe avere ripercussioni sulla stessa leadership, mettendo a rischio la posizione di Lovaglio, il quale aveva guidato l’operazione su Mediobanca prefigurando l’ascesa di un “campione nazionale”.
Una governance sotto pressione
La questione, del resto, non è meramente strategica ma investe da vicino la governance dell’istituto, il quale da mesi sembra aver rallentato il processo di integrazione degli asset acquisiti, lasciando in sospeso quelle che erano le attese del mercato. Attorno al tavolo del cda, dove siedono una quarantina di persone tra manager e advisor, si è quindi discusso non solo di numeri e prospettive di business, ma anche degli assetti futuri di un gruppo che, pur avendo conquistato una posizione di straordinaria influenza, appare ancora in cerca di una direzione chiara e condivisa. La posta in gioco è altissima, considerando che il destino della partecipazione in Generali influenzerà gli equilibri di un intero settore.
Le ombre delle inchieste giudiziarie
A complicare ulteriormente il quadro, rendendolo ancor più scivoloso, si aggiunge il ruolo delle procure, le cui indagini – condotte con il massimo riserbo e senza che siano state formulate alcuna accusa – scandiscono da tempo i passaggi cruciali della vita della banca. Le inchieste, che riguardano vicende legate al passato e alla più recente fase di trasformazione, costituiscono uno sfondo costante di cui i vertici aziendali non possono non tenere conto, aggiungendo un ulteriore livello di complessità a decisioni che sono già di per sé delicate. Si tratta di un aspetto, questo, che viene monitorato con attenzione dagli organi di vigilanza, chiamati a valutare la stabilità e l’affidabilità del gruppo nel suo complesso.




