Orban: niente sostegno a Kiev senza il petrolio bloccato. Sospesi i colloqui di pace

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La cornice del Consiglio europeo che si è aperto oggi a Bruxelles, un vertice che dovrebbe affrontare il nodo della risposta comunitaria all’escalation in Medio Oriente e al conseguente rincaro dei prezzi energetici, è stata immediatamente occupata dalla consueta, e per certi versi prevedibile, dialettica del primo ministro ungherese Viktor Orbán. Giunto nella capitale belga, il leader di Fidesz ha infatti ribadito con nettezza la sua posizione, legando in maniera inscindibile il sostegno di Budapest a Kiev alla risoluzione di una specifica e contingente vertenza bilaterale: il ripristino dei flussi di petrolio attraverso l’oleodotto Druzhba, che dalla Russia attraversa il territorio ucraino per rifornire l’Ungheria e la Slovacchia. La sua dichiarazione, priva di margini di ambiguità, suona come un ultimatum, laddove Orbán ha affermato che l’Ungheria è pronta a sostenere l’Ucraina – intendendo con ciò verosimilmente sbloccare i prestiti e le decisioni comuni – esclusivamente nel momento in cui riceverà il petrolio che le spetta e che, a suo dire, è attualmente bloccato da Kiev.

La questione energetica come leva di pressione politica

Il nodo della questione, che Orbán ha ripetutamente definito non come una mera trattativa politica ma come una questione “esistenziale” per l’economia magiara, risiede nell’interruzione del transito di greggio, un danno che il primo ministro attribuisce a una scelta deliberata dell’Ucraina, la quale, secondo Budapest, rallenterebbe o impedirebbe le riparazioni necessarie all’infrastruttura danneggiata. “Senza quel petrolio, o anche solo con qualche goccia in meno, le aziende ungheresi fallirebbero”, ha scandito Orbán dinanzi ai giornalisti, quasi a voler rimuovere ogni dubbio circa la natura non negoziabile della sua richiesta; tutto il resto, ha aggiunto con una metafora che lascia poco spazio all’interpretazione, “è solo favola”. Questa presa di posizione così rigida, che di fatto congela qualsiasi avanzamento delle pratiche finanziarie europee a favore di Kiev – incluso il maxi-prestito da novanta miliardi di euro concordato in linea di principio lo scorso dicembre – si inserisce in un clima politico interno particolarmente teso per il leader ungherese. Con le elezioni legislative fissate per il 12 aprile e i sondaggi che mostrano una competizione più serrata del previsto, la strategia di Orbán sembra quella di ergersi a difensore degli interessi nazionali contro un’Ucraina percepita come ostile e contro le presunte ingerenze di Bruxelles, che si è detta disponibile a finanziare le riparazioni del tratto danneggiato del Druzhba, una proposta liquidata da Budapest come irricevibile finché il petrolio non scorrerà di nuovo.

Il nodo dei colloqui di pace e il nuovo scenario internazionale

Mentre a Bruxelles si consumava questa ennesima prova di forza, da Kiev sono giunte notizie che complicano ulteriormente il quadro, già di per sé complesso, del conflitto e delle sue possibili soluzioni diplomatiche. Il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino, Heorhiy Tykhyi, ha infatti confermato la sospensione dei colloqui trilaterali che avrebbero dovuto coinvolgere Ucraina, Stati Uniti e Russia, un tavolo tecnico il cui avvio era già stato oggetto di numerosi rinvii. La ragione di questo nuovo slittamento, a quanto si apprende, andrebbe ricercata nella mutata priorità dell’amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump, la cui attenzione sarebbe ora interamente assorbita dalla crisi in Medio Oriente e dall’inasprirsi del conflitto con l’Iran. Tykhyi ha tenuto a precisare che il canale non è stato reciso e che le équipe tecniche mantengono contatti quotidiani, ma è evidente come l’assenza di un confronto diretto, e tanto più di un incontro ai massimi livelli che il governo ucraino continua a sollecitare senza però raccogliere la disponibilità di Mosca, rappresenti una battuta d’arresto per qualsiasi ipotesi di de-escalation. La sensazione, nelle parole del rappresentante ucraino, è che la Russia non mostri una reale inclinazione alla diplomazia, continuando a perseguire i propri obiettivi sul campo, come dimostrerebbe l’attacco portato contro un impianto energetico nei pressi di Novovolynsk, nella regione di Volinia.

L’ombra del conflitto allargato e la posizione ungherese

A gettare una luce ancora più sinistra sullo scenario continentale ci ha pensato lo stesso Orbán, il quale, nel corso di un comizio elettorale tenuto a Dunaújváros, ha dipinto un’Europa in preparazione bellica, un contesto dal quale l’Ungheria, a suo dire, intenderebbe tenersi rigorosamente fuori, rifiutando sia un coinvolgimento diretto sia un ulteriore finanziamento dello sforzo bellico ucraino. Questa retorica, che evoca lo spettro di un allargamento del conflitto e di un coinvolgimento diretto delle nazioni europee, serve evidentemente a consolidare il proprio elettorato su posizioni sovraniste e neutraliste. La concomitanza di questi eventi – il veto ungherese a Bruxelles, la pausa forzata dei negoziati di pace e gli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine – delinea una fase di stallo pericoloso. Da un lato, l’Ungheria utilizza la leva energetica per ottenere un vantaggio bilaterale e interno, bloccando di fatto l’intero sostegno finanziario dell’Unione all’Ucraina in un momento critico; dall’altro, il processo diplomatico che avrebbe dovuto portare a una tregua è di fatto congelato, lasciando il campo aperto alla sola opzione militare, con le sue conseguenze devastanti.

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