Guerra Ucraina-Russia, la tregua finita in una notte di droni su Kiev

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, quella fragile e brevissima parentesi di tre giorni concordata per le celebrazioni del Giorno della vittoria, è già un ricordo. Nella notte tra l’11 e il 12 maggio, allo scadere esatto del cessate il fuoco, l’aviazione russa ha rotto il silenzio con un attacco sistematico che ha preso di mira la capitale ucraina e non solo. A Kiev, dove un giornalista del Kyiv Independent ha documentato l’ansia crescente tra le strade semi-silenziose, le prime esplosioni sono state udite intorno alle 3:35 del mattino – ora locale – a confermare che la finestra diplomatica, per quanto illusionistica, si era definitivamente chiusa. Il capo dell’amministrazione militare cittadina, Tymour Tkachenko, ha poi certificato la circostanza con un messaggio secco: «I droni nemici sono attualmente sopra Kiev».

L’attacco su scala regionale e le prime vittime civili

Non si è trattato, però, di un’incursione limitata al solo centro politico del Paese. Droni e missili hanno bersagliato in contemporanea diverse regioni, da Kharkiv a Chernihiv, in un’offensiva notturna che ha disorientato i sistemi di allerta e lasciato poco spazio alla reazione. Il bilancio, ancora provvisorio ma già drammatico, parla di almeno quattro vittime civili e ventisette feriti; numeri che restituiscono l’idea di una violenza tornata a esprimersi senza i filtri della tregua. Le operazioni di soccorso, ostacolate in alcune zone dai blackout programmati, hanno dovuto fare i conti con la difficoltà di raggiungere gli edifici colpiti, alcuni dei quali ancora fumanti all’alba.

Il dialogo condizionato di Mosca e il ruolo ambiguo di Schröder

Proprio mentre i frammenti dei velivoli esplosi cadevano sui tetti della riva sinistra del Dnipro, Mosca sceglieva di inviare un segnale tutt’altro che disgiunto dalla violenza militare. Da un lato, il Cremlino ha riaperto un canale di dialogo con l’Unione europea, ma lo ha fatto – ed è questo il punto – senza alcuna flessibilità: le condizioni rimangono quelle già note e rigide, senza concessioni preventive sul terreno o sulla definizione dei confini. Dall’altro lato, riemerge con insistenza la figura di Gerhard Schröder, l’ex cancelliere tedesco che molti osservavano ormai come un comprimario stanco della politica estera. L’analista Yevhen Mahda, direttore dell’Institute of World Policy di Kiev, non usa mezzi termini a proposito: Schröder, a suo avviso, è «un pensionato della politica che continua a essere pagato dal Cremlino», aggiungendo di ritenerlo «completamente sotto il controllo di Putin, anche per il ruolo che ha avuto come manager di Nord Stream». Mahda, la cui voce si è fatta nel tempo sempre più ascoltata nei circoli decisionali ucraini, interpreta le aperture moscovite come un tentativo di scongiurare il rischio – temuto da Putin – di una linea europea autonoma sulla guerra.

Zelensky e la partita dei prigionieri: mille nomi in bilico

In questo quadro di ripresa delle ostilità, Volodymyr Zelensky ha riportato l’attenzione su un capitolo spesso rimosso dai bollettini bellici: lo scambio di prigionieri. Il leader ucraino ha chiesto pubblicamente agli Stati Uniti garanzie concrete per un’intesa che riguarderebbe circa mille soldati e civili trattenuti dalle due parti. E, in quello che suona più come un prerequisito che come una promessa, ha aggiunto: «Se Mosca eviterà attacchi su vasta scala lo faremo anche noi». Una formula che lega la sorte dei detenuti alla condotta russa nei cieli e sul terreno, senza però fissare un termine o una soglia al di sotto della quale l’accordo salterebbe. La trattativa, insomma, resta sospesa nell’ombra delle prossime incursioni.

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