La Russa, Conti e quel no di Pucci: il festival e il peso di una telefonata

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un passaggio, nelle dichiarazioni rese da Carlo Conti alla vigilia della prima serata del Festival di Sanremo, che suona come una resa dei conti con la realtà: il conduttore e direttore artistico, davanti ai giornalisti radunati al Teatro Ariston, ha sostanzialmente ammesso che non si può costringere un artista a salire su un palco se quell’artista non se la sente, anche quando a sollecitare un gesto riparatorio fosse la seconda carica dello Stato. Il riferimento, naturalmente, è al presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale nei giorni scorsi aveva pubblicamente auspicato una "sorpresa" che potesse in qualche modo ripagare quella che lui stesso ha definito "l’ingiusta sofferenza" patita dal comico Andrea Pucci, costretto – sempre secondo la lettura del numero due di palazzo Madama – a gettare la spugna dopo le polemiche e le minacce ricevute per alcuni suoi trascorsi interventi politicamente orientati -1-5. Conti, dal canto suo, ha spiegato di aver provato a sondare il terreno, proponendo a Pucci persino la formula più defilata di un videomessaggio scherzoso, ricevendo però un netto rifiuto: "non se la sente", ha scandito il padrone di casa, quasi a voler mettere un punto fermo su una vicenda che rischiava di trascinarsi fino all’accensione delle telecamere.

Il ricordo di Crozza e il fantasma di un palcoscenico che può ferire

E in effetti, a ben guardare, la ritrosia del comico milanese affonda le radici in un terreno che di fantasmatico ha ben poco, trattandosi piuttosto della memoria nitida di quanto accadde dodici anni fa proprio su quel palco: era il 2013 quando Maurizio Crozza, allora impegnato in un monologo satirico, venne accolto da un coro di fischi e contestazioni talmente insistente da costringere Fabio Fazio a intervenire più volte per placare gli animi -3-10. Un episodio che è rimasto impresso nella memoria collettiva del varietà italiano e che Conti, intervistato nelle scorse settimane, ha evocato per giustificare la scelta di Pucci: "lui ha avuto paura di reazioni", ha confidato il direttore artistico, sottolineando come il timore di finire in un agguato mediatico possa aver pesato più di qualsiasi richiamo professionale o istituzionale -1. Del resto, la possibilità che l’Ariston si trasformi in una platea ostile non è mai così remota come si potrebbe pensare, e l’idea di esporsi a un linciaggio verbale in diretta televisiva può far vacillare anche i più navigati, tanto più quando le proprie simpatie politiche – nel caso di Pucci, certe esternazioni di giubilo per i successi del centrodestra e alcune battute sui leader del Partito Democratico – sono diventate oggetto di una vera e propria caccia al dettaglio sui social network -1.

Un "caso di Stato" diventato oggetto di satira

La singolarità della vicenda, però, sta anche nel cortocircuito che si è generato attorno alle parole del presidente del Senato, il quale con il suo appello a Conti ha finito involontariamente per alimentare quel meccanismo di spettacolarizzazione che pure intendeva criticare. Perché se da un lato La Russa chiedeva rispetto per un professionista "attaccato da chi lo accusava di non essere di sinistra", dall’altro lato la sua stessa sollecitazione diventava immediatamente materia prima per il comico che di quel palco aveva subito la durezza: Maurizio Crozza, in attesa del ritorno di "Fratelli di Crozza" previsto per il 6 marzo sul Nove, ha infatti indossato nuovamente i panni del presidente del Senato, ironizzando con una domanda retorica destinata a fare il giro del web – "uno potrà pensare: ‘ma non ha di meglio da fare il Presidente del Senato, anziché occuparsi della scaletta di Sanremo?’" – per poi rispondersi con una secchezza che lascia poco spazio all’interpretazione: "No, non ce l’ho" -4. Una replica affilata, quella di Crozza, che trasforma la preoccupazione istituzionale in un boomerang comico, restituendo l’immagine di un potere politico fin troppo attento ai palinsesti televisivi e, forse, distratto da ben altro.

L’autonomia dell’artista e il confine sottile tra appello e pressione

Carlo Conti, forte di una lunga consuetudine con i meccanismi della tv e con le sue delicate alchimie, ha dribblato la questione con la consueta apparente leggerezza, pur senza nascondere un certo imbarazzo: "Rispetto la seconda carica dello Stato", ha ripetuto più volte, quasi a voler blindare il perimetro del suo operato da qualsiasi sospetto di sudditanza o, al contrario, di insubordinazione -2-6. Ma al di là della formula di circostanza, ciò che emerge dalle sue parole è la rivendicazione di un principio che pare scontato ma che, in certe congiunture, rischia di essere offuscato: l’artista sceglie, e se sceglie di non esporsi, quella scelta va accettata. Conti ha tenuto a precisare che l’invito a Pucci era nato in totale autonomia, senza alcuna ingerenza esterna, e che il dietrofront del diretto interessato è stato motivato esclusivamente dalla paura di ritorsioni da parte di una fetta di pubblico o da una campagna d’odio che aveva già preso di mira i suoi affetti più stretti -7. Una dinamica, quest’ultima, che il conduttore ha definito "incomprensibile" per un artista che, a suo dire, non ha mai fatto della provocazione politica il suo marchio di fabbrica, limitandosi a una comicità popolare e di piazza.

I tempi della politica e quelli del palcoscenico

Se il festival, come insegna la storia, è da sempre anche un crocevia di tensioni sociali e di riflessi politici, quest’anno la cronaca sembra aver voluto accelerare i tempi, portando il dibattito dentro le mura dell’Ariston ancor prima che sul palco si accendessero le luci della prima serata. E mentre Conti si prepara a condurre una edizione che ha voluto definire "cristiana e democratica" – con un evidente gioco di parole che allude alla sua fede personale e alla volontà di includere tutti -6 – la vicenda Pucci rimane lì, sullo sfondo, come un promemoria di quanto sia sottile il confine tra la difesa della libertà di espressione e il rischio di trasformare un palco di intrattenimento in un campo di battaglia ideologico. La Russa, dal suo osservatorio romano, continua a chiedere un segno, una qualche forma di riparazione che possa restituire dignità a chi si è sentito messo all’angolo; Conti, dal canto suo, ribadisce che la porta è sempre aperta, ma che per varcarla occorre la volontà di chi quella porta deve oltrepassare. E così, in attesa di capire se nei prossimi giorni arriverà quella "sorpresa" tanto auspicata, rimane la constatazione di un paradosso: un festival che doveva essere leggero si ritrova a fare i conti con il peso specifico di una telefonata e con la paura, antica quanto il palcoscenico, di salire sotto i riflettori quando fuori, nel buio della platea, qualcuno potrebbe avere già preparato le pietre.

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