La strana libertà del Festival, tra polemiche silenziate e il fantasma di Pucci
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un dato, nudo e crudo, che emerge dalle rilevazioni auditel e che racconta meglio di qualsiasi commento lo stato di salute del Festival di Carlo Conti: la terza serata, quella andata in onda giovedì 26 febbraio, ha totalizzato 9 milioni e 543.000 spettari, un risultato inferiore in termini assoluti ai 10 milioni e 700.000 dell'edizione del 2025, nonostante la percentuale di share sia lievemente migliorata, attestandosi sul 60,6%. Un paradosso solo apparente, si dirà, che conferma la contrazione generalizzata della platea televisiva, ma che non può nascondere i 7 punti percentuali persi nella prima serata rispetto all'anno passato. E mentre il numeri diventano labili nell’era crossmediale, ciò che colpisce dell’edizione 2026 è piuttosto la natura del dibattito che la circonda, un dibattito fatto di assenze più che di presenze, di silenzi più che di dichiarazioni.
Il caso Pucci e la satira che non passa
L’eco delle polemiche che hanno preceduto l’inizio della kermesse non si è ancora spenta, e riguarda la defezione di Andrea Pucci, comico invitato da Conti come co-conduttore della terza serata e poi ritiratosi dopo un’ondata di critiche e, a quanto riferito, minacce ricevute sui social per alcuni suoi post giudicati di parte. La vicenda ha assunto immediatamente una coloritura politica, con la premier Giorgia Meloni che ha parlato di “linciaggio politico” e di una sinistra pronta a invocare la censura contro chi non la pensa come lei, dopo aver predicato per anni la sacralità della satira quando era rivolta ad altri bersagli. Il presidente del Senato, Ignazio La Russa, è arrivato a chiedere a Conti, pubblicamente, una sorta di “presenza riparatoria” per il comico, una sorpresa che potesse in qualche modo sanare quella che ai suoi occhi appare come un’ingiusta esclusione. Dall’altra parte, le opposizioni hanno liquidato la questione come una cortina fumogena per distrarre l’opinione pubblica da problemi ben più gravi, ma il nodo rimane: un artista viene di fatto allontanato dal palco dell’Ariston per le sue presunte simpatie politiche, o almeno questa è la percezione che si è generata.
Il conformismo degli innocui e il caso Fedez
Ciò che appare evidente, a show iniziato, è la prudenza che sembra aver avvolto la conduzione e le scelte artistiche. I comici che si sono alternati sul palco, così come le donne chiamate a co-condurre, appaiono a molti come figure innocue, lontane da quella capacità di pungere che la satira dovrebbe possedere. Fiorello, nelle sue consuete scorribande radiofoniche, continua a giocare con il paradosso e l’imitazione, ma lo fa da una postazione laterale, ormai istituzionalizzata, mentre sul palco principale non si registrano scossoni. E se Carlo Conti e Laura Pausini si muovono con la professionalità di chi non vuole esporsi, evitando accuratamente temi divisivi, la sensazione è che si sia creata una bolla protetta in cui l’unica trasgressione concessa è quella annunciata e controllata. In questo contesto, fa sorridere, ma non troppo, la rivelazione di Fedez, intercettato da un collettivo attivista: il rapper, in gara con Marco Masini, ha dichiarato di aver firmato una carta che impedisce a tutti i concorrenti di parlare del Referendum sulla giustizia, un silenzio imposto che stride con la presunta libertà di espressione artistica. E viene da pensare, data la sua storia personale e alcuni suoi precedenti testuali, definiti da molti come omofobi e sessisti, che se a vincere fosse proprio Fedez si aprirebbe un paradosso non da poco.
Parole abolite e un’idea di libertà selettiva
Al di là degli ascolti, che pure tengono, è questo il clima che si respira: un Festival che appare ripiegato su sé stesso, dove alcune parole e alcune idee sembrano essere state abolite preventivamente per non urtare la suscettibilità di nessuno, o forse per non innescare polemiche in un’edizione che Conti voleva tranquilla, essendo la sua ultima. Si è detto che questa sia l’edizione più “woke” della storia, ma il termine, ormai abusato, forse non rende giustizia alla complessità della situazione. Piuttosto, sembra essersi realizzata una selezione precisa di chi può salire sul palco e chi no: nessun problema evidentemente per il monologo di Roberto Benigni, che in passato non aveva certo lesinato in fisicità ai danni di Pippo Baudo, né per il conformismo leggero di Fiorello, ma per Andrea Pucci, colpevole di pendere a destra, non c’è stato spazio. E viene da pensare che il Festival sia veramente libero solo se a calcare quel palco sono personalità riconducibili a una certa area culturale, come a voler preservare un’egemonia che, negli anni, è stata spesso denunciata come asfissiante da chi ne era escluso. Intanto, mentre all’Ariston si canta e si sta attenti a non sgarrare, fuori, nel paese reale, qualcosa sembra muoversi: gli analisti registrano un malessere diffuso, un senso di “basta” che cresce tra la gente, un segnale che però, per ora, non trova spazio né eco nelle serate pacificate e un po’ tristi di questa edizione.




