La guerra allargata: soldati israeliani entrano in Libano mentre Teheran colpisce l'ambasciata Usa a Riad
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Redazione Esteri
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Un’escalation militare di proporzioni inedite sta ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente, con azioni offensive che intrecciano i fronti di Libano, Iran e Arabia Saudita. Nelle ultime ore, reparti dell’esercito israeliano hanno varcato il confine con il Libano, un'incursione terrestre che segue una serie di bombardamenti mirati contro obiettivi situati a Teheran e Beirut. Di fronte all’aggravarsi della situazione, la missione Unifil, la forza di interposizione delle Nazioni Unite dispiegata nel Sud del Libano, ha proceduto al parziale sgombero del personale non essenziale, un segnale inequivocabile del deterioramento delle condizioni di sicurezza. La risposta iraniana, dal canto suo, non si è fatta attendere e ha allargato il perimetro del conflitto: missili e droni hanno preso di mira non solo territorio israeliano ma anche postazioni negli Emirati Arabi Uniti, mentre un attacco ha centrato l’ambasciata statunitense a Riad, un’azione che rappresenta una sfida diretta alla presenza americana nella penisola arabica. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha già annunciato una risposta, lasciando intendere che la reazione sarà proporzionata alla gravità dell’attacco subito.
L’offensiva israeliana e il ruolo turco
Le Forze di Difesa israeliane hanno rivendicato la paternità di un bombardamento che avrebbe colpito e distrutto il quartier generale del regime iraniano a Teheran, un’operazione che, se confermata, rappresenterebbe un colpo durissimo all’apparato di comando della Repubblica Islamica. Le borse europee hanno immediatamente scontato la crisi, aprendo in forte ribasso, mentre il prezzo del gas e del petrolio è letteralmente volato sui mercati internazionali per il timore di un’interruzione delle forniture e di un conflitto esteso che coinvolga tutto il Golfo. Nel complesso scacchiere regionale, emerge con forza la figura del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale sembra volersi proporre come mediatore. Lo stesso Erdogan, in un passaggio significativo, ha citato un detto del filosofo persiano Rumi, figura amata in Turchia e simbolo di quel sufismo che rappresenta uno dei tanti legami, spesso dimenticati, tra due imperi rivali come quello ottomano e quello persiano. Un riferimento, quello al "martire" Khamenei e alla necessità di far levare in alto le parole senza alzare la voce, che suona come un invito implicito alla de-escalation, un appello affinché sia la pioggia, e non i tuoni, a nutrire i fiori.
Obiettivi di guerra e conseguenze umanitarie
Secondo l’analisi del giornalista Ezio Mauro, la retorica dell’amministrazione Trump, pur vestendo ufficialmente l’offensiva con i panni della difesa della libertà del popolo iraniano, avrebbe in realtà obiettivi più concreti e legati alla realpolitik: garantire la sicurezza di Israele e riaffermare la piena sovranità americana nella regione, messa in discussione dagli attacchi ai suoi avamposti diplomatici e militari. Gli appelli rivolti da Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu agli iraniani perché colgano l’occasione per liberarsi dal giogo del regime, leggono molti osservatori, servirebbero quindi a giustificare un’azione militare che ha come fine ultimo il contenimento della potenza teheranina. Nel frattempo, sul terreno, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto. Lo stesso presidente iraniano, Pezeshkian, ha confermato che, nonostante le circostanze particolari e una giornata di guerra vissuta tra fumo e sangue, il Paese non si è fermato, con attività in corso in tutto il territorio nazionale. Un bilancio drammatico arriva dalla capitale, colpita ripetutamente da violenti attacchi di missili e bombe israelo-americani. Molti di questi ordigni hanno coinvolto aree densamente popolate, lasciando dietro di sé solo macerie e decine di vittime, mentre l’assemblea convocata per designare il successore della Guida Suprema Khamenei è stata una delle sedi colpite, un fatto che aggiunge un ulteriore elemento di incertezza al futuro politico dell’Iran.




