La frase choc a Portomaggiore: «Sono razzista». La denuncia, il flash mob e la verità dei fratelli Hdya

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Certo che sono razzista». Con questa ammissione, secca e senza giri di parole, Susanna Rimessi, 59 anni, ha risposto venerdì sera a un residente che la accusava di alimentare un clima di odio. La frase, pronunciata nel cuore della tensione che da giorni avvolge via Somalia a Portomaggiore, fotografa meglio di qualsiasi ricostruzione lo stato d'animo di una comunità spaccata.

La donna, residente a Milano ma tornata in paese per visitare la famiglia, è finita al centro di un caso giudiziario e politico dopo il violento diverbio della sera di domenica 16 agosto con Hamza Hdya, 31 anni, di origine marocchina. La colluttazione, ancora al vaglio degli inquirenti, ha innescato una reazione a catena che ha portato Fratelli d'Italia a organizzare un flash mob dal titolo "No all'islamizzazione", mentre il sindaco Dario Bernardi ha cercato di ricucire lo strappo in un consiglio comunale che si è trasformato in un ring.

La versione dei fratelli Hdya: «Noi italiani, presi di mira senza motivo»

Hamza e Yassine Hdya, rispettivamente di 31 e 26 anni, hanno rotto il silenzio per raccontare la loro verità, che si discosta nettamente dalla ricostruzione offerta dalla 59enne. «Non l'ho mai colpita. Ho solo preso il telefono», ha dichiarato il fratello maggiore, riferendosi alla lite di domenica sera. I due giovani, che vivono a Portomaggiore dal 2005, hanno frequentato le scuole italiane, lavorano, giocano a calcio e possiedono la cittadinanza italiana. «Siamo integrati – hanno sottolineato – e abbiamo assistito increduli all'ondata di odio che si è scatenata contro di noi in questi giorni.

In paese ci conoscono tutti, non siamo degli sconosciuti». La loro difesa si basa su un punto fermo: la colluttazione sarebbe nata da un tentativo di mediare una discussione, non da un'aggressione premeditata, e la frase razzista della 59enne, secondo i due fratelli, sarebbe solo la punta di un iceberg di intolleranza che da tempo cova sotto la cenere.

Il flash mob di Fratelli d'Italia e il ruolo del sindaco

L'episodio ha assunto immediatamente una valenza politica, con Fratelli d'Italia che ha scelto via Somalia come palcoscenico per un flash mob intitolato "No all'islamizzazione", attirando critiche e consensi in egual misura. Nel frattempo, il sindaco Dario Bernardi è intervenuto in consiglio comunale per cercare di placare gli animi e rivendicare il suo ruolo di garante dell'ordine pubblico. «Premetto a scanso di ogni equivoco – ha dichiarato Bernardi – che ogni forma di violenza, fosse anche di reazione, va condannata senza se e senza ma.

Intervengo come responsabile dell'ordine pubblico di questo paese oltre che come sindaco e rappresentante di questa comunità che mi sta a cuore più di qualsiasi altra cosa». Le parole del primo cittadino, però, non sono bastate a ricomporre il quadro: le querele incrociate tra la Rimessi e i fratelli Hdya sono ora al centro dell'attenzione degli inquirenti, che dovranno fare chiarezza su quanto accaduto realmente in quella serata di metà agosto.

La passeggiata di solidarietà e la rabbia della 59enne

Susanna Rimessi, nel frattempo, ha scelto di non restare chiusa in casa. Venerdì sera ha partecipato a una passeggiata in via Somalia, circondata da alcune persone che hanno voluto esprimerle la loro vicinanza. «Questa manifestazione e le persone venute a darmi solidarietà mi danno un attimo di supporto – ha raccontato la donna, che si è fermata a parlare con tutti, difendendosi dagli attacchi e ribadendo la propria posizione –. Ho smesso di leggere i commenti contro di me perché mi viene rabbia. Questo momento mi dà forza».

Camminava convinta, decisa, tra chi la sosteneva e chi invece, con il cane al guinzaglio, si presentava per manifestare un dissenso silenzioso ma altrettanto eloquente. La sua ammissione di razzismo, però, ha gettato un'ombra pesante sulla narrazione dell'accaduto, rendendo ancora più complesso il lavoro degli inquirenti chiamati a distinguere tra la violenza fisica e quella verbale, tra la difesa legittima e l'aggressione premeditata.

Le indagini proseguono a ritmo serrato, con gli investigatori che stanno ascoltando testimoni e acquisendo elementi utili a ricostruire la dinamica esatta della colluttazione. Le parole di Hamza Hdya – «Non posso essere il capro espiatorio di un fatto di cronaca» – riecheggiano come un monito in un paese che si ritrova suo malgrado al centro di un dibattito nazionale sull'integrazione e la convivenza civile.

Quel che è certo è che la lite di via Somalia, nata forse come un banale diverbio di quartiere, si è trasformata in un simbolo delle tensioni latenti che attraversano l'Italia di oggi, con le sue contraddizioni e le sue paure. La giustizia, ora, dovrà fare il suo corso, mentre la comunità di Portomaggiore cerca di ricucire uno strappo che rischia di lasciare ferite profonde, ben oltre la polvere della strada e le parole gridate a mezz'aria.

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