Israele e Gaza, a due anni dal 7 ottobre un bilancio ancora drammatico

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A due anni di distanza dall’attacco del 7 ottobre 2023, il conflitto tra Hamas e Israele continua a produrre effetti devastanti, i cui numeri, aggiornati da un recente approfondimento dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, delineano un quadro umanitario e politico di profonda incertezza. Le conseguenze, che si estendono ben oltre i confini della regione, mostrano una realtà lacerata da distruzioni e movimenti di popolazione, la quale, nonostante le difficoltà, tenta faticosamente di ricostruire una parvenza di normalità. Scene di ritorno, come quella di folle di palestinesi che, portando con sé i propri averi, hanno ripreso la strada del nord di Gaza dopo l’apertura di un punto di attraversamento, si alternano a immagini di distruzione e a manifestazioni di sostegno per i combattenti, acclamati in alcune aree nonostante i ritardi nell’attuazione degli accordi.

Le faglie di un conflitto storico

La lotta per la Palestina, definita da alcuni come la “madre di tutte le battaglie”, prosegue da oltre un secolo, una disputa nella quale, come a volte accade, i governi e i popoli sembrano collocarsi su sponde opposte. Mentre i primi spesso appaiono immobilisti, i secondi, secondo questa prospettiva, si schiererebbero con gli oppressi, trovando nel diritto internazionale e in una certa narrazione storica le ragioni della propria causa. È una frattura, questa, che attraversa anche il ciclo Occidente-Oriente, alimentando un sentimento di indignazione per quanto accade a Gaza e per quella che viene percepita come un’inazione della politica, accusata di impotenza di fronte a un bilancio di vittime che, secondo le stime citate, colpisce in modo sproporzionato i civili.

Il risveglio di una coscienza pubblica

L’indignazione per il conflitto ha trovato espressione in milioni di persone scese nelle piazze europee, un moto di protesta che va al di là della semplice condanna del massacro. In quelle manifestazioni, infatti, si è manifestato anche un desiderio più profondo di riappropriarsi di un’identità di cittadinanza e di un’etica della responsabilità da condividere nello spazio pubblico, segnando una distanza netta da un modello di consumo e da un potere percepiti come distanti. Si tratta di un fenomeno complesso, che unisce la denuncia di una pulizia etnica alla critica verso sistemi politici giudicati inefficaci, dove la rabbia per i fatti di Gaza si mescola a un più generale senso di insoddisfazione.

Uno scenario in divenire

Le immagini che giungono da Khan Younis, dove combattenti armati sono stati visti sfilare tra le strade acclamati dalla folla, o dai dintorni del campo profughi di Shati, a Gaza City, con le sue evidenti scene di distruzione, raccontano di una realtà dove la guerra e la vita quotidiana coesistono in un precario equilibrio. La tregua, attesa e invocata da molti, fatica a tradursi in una pace stabile, lasciando la popolazione in balia di sviluppi che, di giorno in giorno, ridisegnano la geografia umana e fisica di un’enclave già fortemente provata. Il ritorno di una parte degli abitanti verso nord, se da un lato rappresenta un segnale di speranza, dall’altro avviene in un contesto di insicurezza e di macerie, materiali e politiche, che rendono il futuro estremamente incerto.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.