È morto Claudio Sterpin, l’amico di Liliana Resinovich che non credeva al suicidio
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Redazione Interno
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Si è spento a ottantasei anni, nell’ospedale di Cattinara dov’era ricoverato da alcuni giorni, Claudio Sterpin, l’ex maratoneta triestino che dell’omicidio di Liliana Resinovich – perché di omicidio, per lui, si è sempre trattato – aveva fatto una ragione di vita. La notizia del decesso, arrivata nella serata di venerdì, è rimbalzata sugli schermi di Quarto Grado e da lì si è diffusa, restituendo l’immagine di un uomo che, fino all’ultimo, non aveva mai smesso di lottare affinché sulla morte della sua Liliana venisse fatta piena luce. Una battaglia, la sua, condotta con dichiarazioni pubbliche, interviste e una presenza costante davanti ai microfoni, quasi come se il tempo a disposizione, quel tempo che lui stesso sentiva ormai contato, gli imponesse di non concedersi tregua. -1-4
Sterpin, del resto, è stato l’ultimo a sentire la voce di Liliana, quella mattina del 14 dicembre 2021 in cui la donna uscì di casa per poi svanire nel nulla; tre settimane più tardi, il 5 gennaio, il ritrovamento del nell’ex ospedale psichiatrico di Trieste, avvolto in due sacchi neri, un’immagine che ha segnato l’inizio di un giallo giudiziario tuttora aperto. -1-3 Lui non ha mai accettato l’ipotesi del suicidio, avanzata in una prima fase dell’inchiesta, e a sostegno della propria versione ha sempre portato elementi concreti: i progetti di convivenza, la ricerca di una nuova casa, le lenzuola in flanella che Liliana avrebbe acquistato per la loro vita insieme, e poi i messaggini in codice, centinaia, scambiati con una frequenza che lasciava intendere un’intimità profonda e duratura. -1
Una testimonianza già cristallizzata
La sua scomparsa, per quanto dolorosa sul piano umano, non dovrebbe però modificare il corso delle indagini. Gli inquirenti, consapevoli dell’età avanzata di Sterpin e delle sue precarie condizioni di salute, ne avevano già formalizzato la deposizione lo scorso anno, nel corso di un incidente probatorio voluto dalla pm Ilaria Iozzi. Un atto, questo, che ha di fatto blindato il suo racconto, impedendo che il tempo o gli eventi potessero cancellarlo: le sue parole, dunque, restano agli atti e continueranno a rappresentare un tassello fondamentale nel mosaico processuale. -1-3 Lui stesso, all’uscita dal tribunale, aveva ribadito con una certa fierezza di aver ripetuto quanto già dichiarato in infinite occasioni, senza mai contraddirsi, perché – come amava dire – «la versione è una». -3
La figura dell’atleta e il legame con Liliana
Prima ancora di diventare un volto noto della cronaca nera, Claudio Sterpin era stato una leggenda dello sport triestino, un pioniere dell’ultramaratona capace di percorrere in carriera oltre duecentomila chilometri, soprannomi come “l’etiope di Trieste” o “il marciatore senza paura” a testimoniare una resistenza fisica fuori dal comune. -2 Proprio la passione per la corsa, del resto, lo aveva legato a Liliana in gioventù, quando tra loro era nata una relazione poi ripresa, a suo dire, negli anni della maturità, all’insaputa del marito di lei, Sebastiano Visintin, oggi indagato per omicidio. -1-8 Un triangolo complesso, il loro, fatto di silenzi e di accuse incrociate, con Sterpin che non ha mai smesso di puntare il dito contro Visintin, pur ammettendo di non ritenerlo l’esecutore materiale del delitto: «Lui sa benissimo chi è stato», aveva dichiarato, lasciando intendere l’esistenza di un retroscena mai emerso del tutto. -3-4
L’ultimo atto davanti al tribunale
L’ultima apparizione pubblica di Sterpin, pochi mesi fa, lo aveva visto protagonista di un sit-in silenzioso davanti al palazzo di giustizia di Trieste, in compagnia di amici e parenti di Liliana, con una grande foto della donna stretta al petto come fosse un vessillo. Un’immagine che ne riassume l’ostinazione, la stessa che il fratello di Liliana, Sergio Resinovich, ha voluto sottolineare a caldo commentando la notizia della morte: «Se ne è andata una persona che ha sempre combattuto perché si sapesse la verità e non ha mai cambiato idea». -3-7 Ora che lui non c’è più, il caso resta affidato alle carte che ha lasciato e alla tenacia di chi, come i magistrati, continua a indagare su una morte della quale, a distanza di oltre quattro anni, non si conosce ancora il vero volto.




