Primo Maggio a Torino, il corteo si spezza e la rabbia esplode davanti all’Askatasuna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono migliaia le persone che questa mattina hanno sfilato a Torino per il tradizionale corteo del Primo Maggio, partito puntualmente da corso Cairoli alle 9.30. Un’edizione, quella del 2026, che ha subito una deviazione forzata rispetto alla consuetudine: l’arrivo non è stato in piazza San Carlo – come invece avveniva storicamente – bensì in piazza Castello, a causa dei lavori di pedonalizzazione che interessano via Roma. Il corteo delle sigle confederali, aperto simbolicamente dallo striscione unitario di Cgil, Cisl e Uil con lo slogan “Lavoro dignitoso” e da quello dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, ha proceduto per lungo Po, attraversando piazza Vittorio Veneto e via Po prima di giungere nel cuore barocco della città.

Uno striscione contro la guerra e la spaccatura del serpentone

A chiudere la manifestazione, seguendo a distanza la rappresentanza istituzionale, sfilava invece lo spezzone sociale definito “Torino partigiana”, un composito arcipelago di realtà antagoniste il cui striscione principale recitava “La loro guerra non la paghiamo. Torino partigiana. Que viva Askatasuna”. In quella coda, che si trascinava per diverse centinaia di metri, si erano mescolati gli autonomi storici dell’ex centro sociale Askatasuna, i No Tav, i collettivi studenteschi, il comitato di quartiere Vanchiglia e le sigle filo-palestinesi. Lo slittamento rispetto al percorso del Primo Maggio ufficiale, però, era scritto nelle loro intenzioni già da giorni: l’obiettivo non era piazza Castello, ma lo stabile di corso Regina Margherita 47, quel palazzo occupato per tre decenni e poi sgomberato con un’operazione delle forze dell’ordine lo scorso dicembre.

L’assedio a corso Regina Margherita tra bastoni e lacrimogeni

Prima ancora che la delegazione del Partito Democratico venisse contestata da alcuni manifestanti con bandiere della Fiom e del Fronte della Gioventù Comunista – gli urlavano “Fuori il Pd dal corteo” mentre le tensioni si accendevano tra spintoni – il grosso dello spezzone sociale si è già staccato dal serpentone principale. Oltre mille persone si sono quindi ridirette verso Vanchiglia, tentando di avvicinarsi all’ex sede occupata. Lì hanno trovato un imponente cordone di forze dell’ordine in tenuta antisommossa, schierato a protezione dell’edificio sfollato. La resa dei conti è stata immediata: alcuni attivisti hanno colpito ripetutamente gli scudi degli agenti con aste di bandiera e bastoni, mentre altri spruzzavano spray urticanti contro i poliziotti. La risposta, altrettanto rapida, è arrivata sotto forma di cariche, idranti e getti di lacrimogeni che hanno presto reso irrespirabile l’area intorno a corso Regina.

L’irruzione nel giardino e la contro-carica della polizia

Nonostante la barriera, un gruppo ristretto di antagonisti è riuscito ad aprire un cancello laterale che dà su un giardino interno dell’ex Askatasuna, approfittando della confusione generata dai primi scontri. Il gesto, però, si è rivelato effimero: l’interno dello stabile era presidiato da altre decine di agenti che hanno immediatamente respinto gli intrusi, bloccando la colonna che tentava di entrare anche da via Balbo. Il corteo anarchico, ormai frammentato e bersagliato dagli idranti, si è spostato lungo le strade del quartiere, continuando a fare pressione sugli angoli delle vie limitrofe. Nessuno degli occupanti, al momento, è riuscito a riprendere fisicamente possesso dello spazio, ma la giornata – segnata da una tensione che covava da mesi – ha dimostrato quanto la ferita dello sgombero sia ancora profondamente aperta nel tessuto della sinistra antagonista torinese.

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