Torino blindata per il corteo Askatasuna, il procuratore: "Città sotto scacco"
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Redazione Interno
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La città di Torino, come annunciato, si è trasformata in una fortezza in occasione della maxi-manifestazione nazionale di solidarietà al centro sociale Askatasuna, lo sgombero del quale ha acceso gli animi di migliaia di militanti giunti da ogni parte d’Italia. I percorsi dei tre spezzoni previsti, stando alle indicazioni, dovrebbero confluire in un unico corteo nelle adiacenze di piazza Vittorio Veneto, una scelta che – evitando il cuore del centro – dimostra la volontà di contenere il più possibile un evento che ha posto in massima allerta l’intero apparato di sicurezza. L’organizzazione, del resto, si è rivelata particolarmente sofisticata, basandosi su canali di comunicazione riservati e istantanei, capaci di fornire un quadro in tempo reale dei dispositivi di controllo predisposti dalle forze dell’ordine.
Il coordinamento "Blocchiamo tutto" e il dispiegamento di forze
Attraverso il canale Telegram “Blocchiamo tutto”, utilizzato per il coordinamento dell’evento, i partecipanti hanno potuto ricevere segnalazioni capillari su ogni posto di blocco, monitorando le principali direttrici di accesso alla città, dalle linee ferroviarie ai valichi autostradali. Questa struttura, che ha permesso di eludere con una certa efficacia i divieti imposti dalla Prefettura – i quali proibivano, tra l’altro, l’uso di maschere e il trasporto di materiale infiammabile – ha reso ancor più complesso il compito delle forze dell’ordine, schierate in numero cospicuo per presidiare un evento al quale si stima abbiano aderito circa quindicimila persone. L’atmosfera di tensione, sebbene il corteo abbia rispettato il percorso concordato, è stata palpabile, alimentata da anni di conflitti sul tema delle occupazioni e delle mobilitazioni politiche nelle strade del capoluogo piemontese.
Le dichiarazioni della ministra Bernini e il caso universitario
Proprio in merito a tali tensioni si è espressa, nel corso della medesima giornata, la ministra dell'Università Anna Maria Bernini, intervenuta a Torino per la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario. Al suo arrivo al Palazzo di giustizia, la ministra ha voluto esprimere pubblicamente la propria solidarietà alla rettrice dell’ateneo torinese, Cristina Prandi, recentemente oggetto di contestazioni per aver negato l’autorizzazione a una festa promossa dal centro sociale Askatasuna all’interno di Palazzo Nuovo, una sede universitaria. «Torino ha sofferto troppo, ha subito troppe occupazioni e manifestazioni», ha dichiarato la Bernini, sottolineando come l’episodio sia emblematico di una deriva da contrastare con decisione. La sua posizione è apparsa netta: gli atenei, ha spiegato, non possono e non devono essere utilizzati come centri sociali, chiamando a una presa di responsabilità collettiva da parte di tutte le istituzioni coinvolte.
L’inaugurazione dell’anno giudiziario e il clima nella città
La cerimonia in tribunale, durante la quale sono stati affrontati temi di ampio respiro come gli errori giudiziari e le potenzialità dell’intelligenza artificiale, non ha potuto ignorare la stretta attualità, offrendo una tribuna istituzionale alla riflessione su quanto accade nelle piazze e negli edifici occupati. Le parole del procuratore del Piemonte hanno poi fotografato senza mezzi termini la percezione delle autorità: la città, in giornate come questa, si è sentita sotto scacco da parte di facinorosi, in una condizione di allerta che impone un costante, dispendioso dispiegamento di uomini e mezzi. L’evento di piazza, per quanto contenuto nelle sue manifestazioni più estreme, ha dunque riacceso il dibattito – mai sopito – sul confine tra diritto di manifestare e ordine pubblico, su chi debba farsi carico degli spazi comuni e su come rispondere a forme di protesta che sfruttano le moderne tecnologie per organizzarsi, talvolta oltre i limiti stabiliti dalla legge.




