Garlasco, il giudice che assolse Stasi: "Dubbi crescenti e assenza di movente"

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Stefano Vitelli, oggi giudice della sezione Riesame del tribunale di Torino, è stato il magistrato che, nel dicembre 2009, assolse in primo grado Alberto Stasi, l’allora fidanzato di Chiara Poggi, accusato del suo omicidio avvenuto due anni prima. Vitelli, all’epoca trentacinquenne gup di Vigevano, è passato alla cronaca come «il giudice di Garlasco», un caso che ha diviso l’opinione pubblica e che continua a far discutere. Studioso e rigoroso, Vitelli è noto per il suo approccio metodico, tanto da chiudere le porte a qualsiasi discussione extraprocessuale: «Del merito dei processi fuori dall’aula non si parla», sottolinea. E difatti, nel suo ufficio, nessuno bussa per chiedere chiarimenti.

La decisione di assolvere Stasi, all’epoca, si basò su una serie di dubbi che, a ogni verifica, sembravano aumentare. «Mancava il movente», ricorda Vitelli, evidenziando come le prove raccolte non fossero sufficienti a sostenere una condanna. Una posizione che, anni dopo, sembra trovare nuovi riscontri nelle indagini recenti, che hanno portato alla riapertura del caso.

La Procura di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, ha infatti avviato una nuova inchiesta, concentrandosi su Andrea Sempio, ex ragazzo di Garlasco e amico del fratello di Chiara. Sempio, ora indagato per omicidio in concorso con ignoti, è al centro di nuove analisi che riguardano tracce di Dna e impronte digitali. Il Dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi, secondo le consulenze tecniche, risulta «perfettamente compatibile» con quello di Sempio. Un dato che, già sei anni fa, era emerso dalle analisi del consulente genetico della difesa di Stasi, ma che non era stato sufficientemente approfondito.

Non solo il Dna, però. I Carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano stanno riesaminando tutte le tracce repertate, comprese quelle relative a impronte di scarpe e oggetti trovati sulla scena del crimine. Tra questi, uno scontrino conservato da Sempio, che potrebbe assumere un significato rilevante nel contesto delle indagini. «Lo conservò come fosse un alibi», osserva qualcuno, sottolineando come ogni dettaglio, anche apparentemente insignificante, possa assumere un peso decisivo in un caso così complesso.

La riapertura del caso, avvenuta due giorni fa, riaccende i riflettori su un omicidio che ha lasciato molte domande senza risposta. Le tracce individuate, molte delle quali non furono adeguatamente sviluppate durante il primo processo, potrebbero portare a nuovi sviluppi, aprendo la strada a ulteriori indagini su possibili complici o mandanti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.