Francesca Albanese e il nuovo rapporto Onu: la tortura come dottrina di Stato in Israele
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Redazione Esteri
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Nonostante le sanzioni, gli attacchi politici da parte di governi europei – e il nostro Paese, in questo senso, non ha certo fatto eccezione – Francesca Albanese continua a svolgere il proprio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, e lo fa con la consueta determinazione che ne contraddistingue il lavoro da quando ricopre questo ruolo. L’ultimo atto di questa instancabile attività investigativa si concretizza in un nuovo rapporto, presentato alla sessione in corso del Consiglio per i diritti umani, nel quale l’esperta italiana mette nero su bianco quella che definisce una pratica sistematica e ormai consolidata: l’utilizzo della tortura, da parte di Israele, come strumento di controllo e sopraffazione nei confronti della popolazione palestinese. Non si tratta, avverte il documento, di episodi isolati frutto di singole iniziative, bensì di un metodo che, nelle conclusioni della relatrice, assumerebbe i contorni di una vera e propria dottrina di Stato, un approccio che si innesta in un quadro più ampio, da lei già descritto come genocida.
Un uso sistematico della violenza nei giorni successivi al 7 ottobre
Il nuovo rapporto si concentra in particolare sugli abusi perpetrati a danno di migliaia di persone provenienti dalla Striscia di Gaza, in un arco temporale che parte subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. La documentazione raccolta da Albanese e dal suo team descrive un quadro inquietante, dove le violenze – che includono anche stupri e altre forme di sevizie – non rappresenterebbero una devianza occasionale, ma una prassi integrata nelle operazioni di detenzione e interrogatorio. Si parla, nelle pieghe del testo consegnato al Consiglio, di torture perpetrate in strutture militari e civili, in un clima di impunità che, secondo la relatrice, favorisce la reiterazione degli abusi. È una strategia, quella descritta, che si innesta in un più ampio “progetto sistematico di ingegneria demografica” in Palestina, un’espressione forte – usata dall’Albanese – per definire le politiche di espulsione e di snaturamento territoriale che, nelle sue parole, mirano a rendere irreversibile il processo di “de-palestinizzazione” in aree cruciali come Gerusalemme.
Dalle denunce alle accuse: “genocidio e pulizia etnica”
Non è la prima volta che la relatrice speciale utilizza un lessico così netto. Già in precedenza, attraverso interventi pubblici e documenti ufficiali, aveva parlato di “genocidio” per descrivere le azioni di Israele nei territori occupati, e in questo nuovo intervento – diffuso anche attraverso il proprio profilo social – ha ribadito il concetto, sottolineando come le operazioni militari, combinate con l’assedio, la fame e il terrore, configurino un piano volto alla distruzione fisica e demografica del popolo palestinese. Chiedendo la fine della “pulizia etnica” portata avanti dal regime sionista, Albanese ha voluto evidenziare quella che definisce la complicità della comunità internazionale – o meglio, di una parte significativa dei governi che la compongono – nel rendere possibile questo processo, un’accusa pesante che l’esperta lancia in un contesto già segnato da tensioni diplomatiche senza precedenti.
L’isolamento politico e il peso del mandato Onu
Il fatto che la relatrice continui a produrre questi rapporti nonostante le pressioni subite – sanzioni economiche, tentativi di delegittimazione pubblica e richieste esplicite di rimozione da parte di alcuni Stati, tra cui l’Italia – testimonia la natura a tratti conflittuale del suo incarico all’interno del sistema delle Nazioni Unite. L’attenzione, in questo frangente, si concentra sulle conclusioni del documento presentato a Ginevra: un testo che non solo descrive le pratiche di tortura, ma le inquadra come parte integrante di un disegno più vasto, quello del genocidio nei territori occupati. La scelta di definire la tortura una “dottrina di Stato” non è, nel linguaggio giuridico utilizzato dall’Albanese, un’iperbole, ma il tentativo di inquadrare giuridicamente un fenomeno che, secondo le sue ricostruzioni, troverebbe fondamento in direttive che partono dai vertici del sistema di sicurezza israeliano.
Tra accuse reciproche e il silenzio del Consiglio per i diritti umani
La presentazione del rapporto avviene in un momento politico particolarmente complesso, con gli equilibri internazionali nuovamente scossi dal ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, un elemento che inevitabilmente influisce sul peso specifico delle risoluzioni e dei documenti Onu in materia di Medio Oriente. Il rapporto di Francesca Albanese, se da un lato riceve attenzione dai circuiti della società civile e da alcuni Stati non allineati, dall’altro rischia di rimanere confinato nel circuito delle dichiarazioni senza seguito, così come accaduto per i precedenti documenti. Eppure, la mole di dettagli e testimonianze raccolte – che parlano di torture e stupri ai danni di migliaia di detenuti – impone al Consiglio per i diritti umani una presa di posizione che, finora, si è rivelata quantomeno titubante, in un clima di crescente polarizzazione dove le accuse di genocidio e le contro-accuse di antisemitismo si sovrappongono, rendendo sempre più difficile il lavoro di chi, come la relatrice, cerca di ancorarsi ai soli fatti giuridicamente rilevanti.




