Il rapporto di Francesca Albanese sulle torture ai palestinesi e le crepe nel muro dell’impunità
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Redazione Esteri
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Ginevra, ancora una volta, fa da palcoscenico a un atto che si vorrebbe istituzionale ma che, come spesso accade quando si parla di Medio Oriente, scivola rapidamente nel baratro della controversia politica. È qui che Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati dal 1967, ha presentato il suo ultimo rapporto dal titolo inequivocabile: “Tortura e genocidio”. Un documento, questo, che non si limita a catalogare abusi – per quanto efferati – ma che tenta di compiere un salto logico e giuridico decisivo. L’analisi, giunta in anteprima in italiano sulle pagine di Kritica.it, sostiene infatti che l’uso della tortura contro i palestinesi non sia un epifenomeno della guerra in corso, bensì una componente strutturale, un ingranaggio essenziale del sistema coloniale e, di fatto, del genocidio stesso. Una tesi, questa, che ha immediatamente riacceso i riflettori su una figura, quella della giurista italiana, già abitualmente al centro di feroci critiche da parte del governo israeliano e di alcune cancellerie occidentali.
Una prassi che diventa sistema
Le venti pagine del rapporto, che saranno discusse ufficialmente oggi davanti al Consiglio per i diritti umani, dipingono uno scenario che va ben oltre la cronaca delle violenze carcerarie. Albanese, basandosi su testimonianze dirette e fonti indirette – si parla di almeno trecento dichiarazioni raccolte –, documenta un vero e proprio "ambiente di coercizione" che avvolge la vita quotidiana nei territori occupati. Non si tratta solo di pestaggi, violenze sessuali o dell'uso della fame come arma nelle carceri israeliane, pratiche che il rapporto definisce come “eccezionalmente spietate”. Ciò che cambia il quadro politico della guerra, secondo la relatrice, è la natura sistematica di questi atti: dal 7 ottobre 2023 – e in alcuni aspetti anche prima – il sistema detentivo israeliano si sarebbe trasformato in un “laboratorio di crudeltà calcolata”, una deriva resa possibile e in qualche modo legittimata da decisioni prese ai vertici politici. Non siamo, insomma, di fronte a una somma di abusi individuali, ma a una tecnica di dominio che mira a colpire il individuale per fiaccare la resistenza collettiva di un popolo.
La doccia fredda della conferenza stampa
Eppure, se la sostanza del rapporto è destinata ad accendere il dibattito diplomatico, è stato un aspetto quasi accessorio a far scattare l’ennesimo caso mediatico. Durante la conferenza stampa di presentazione, Albanese si è trovata a fronteggiare domande che, a detta di molti osservatori, l’hanno colta impreparata. In particolare, la richiesta di chiarire le fonti a supporto delle conclusioni più gravi ha messo in difficoltà la relatrice, alimentando una narrazione – già diffusa dai suoi detrattori – secondo cui il suo lavoro sarebbe viziato da una parzialità di fondo. Per i critici, quello che doveva essere il momento clou della divulgazione di un documento di denuncia si è trasformato in un incidente diplomatico che rischia di minare la credibilità dell’intero impianto accusatorio. Una circostanza, questa, che ha fornito ulteriore materiale a chi da tempo chiede il suo allontanamento dall’incarico, accusandola di perseguire un’agenda ideologica piuttosto che un rigoroso monitoraggio dei diritti umani.
Numeri e definizioni legali al centro della disputa
A rendere il rapporto “Tortura e genocidio” così esplosivo non sono solo le definizioni giuridiche, ma anche i numeri che lo corredano. Il documento cita il dato di oltre 18.500 palestinesi arrestati dall’inizio della guerra, una cifra che include almeno 1.500 minori, e denuncia la scomparsa forzata di migliaia di persone, senza dimenticare i quasi cento decessi avvenuti in custodia. Sono numeri che, se verificati, dipingerebbero lo scenario di una detenzione di massa utilizzata come strumento di punizione collettiva. La relatrice, nel tentativo di ribattere alle accuse di faziosità, ha precisato che il suo rapporto condanna “inequivocabilmente” qualsiasi atto di tortura commesso da tutte le parti in conflitto, inclusi i gruppi armati palestinesi, specificando però che l’analisi si concentra sulla condotta israeliana in quanto potenza occupante. Una distinzione, questa, che però non ha scalfito la posizione di Israele e dei suoi alleati: la missione israeliana a Ginevra ha immediatamente bollato il documento come un “rant attivista” privo di fondamento, mentre la relatrice continua a subire pressioni da parte di governi europei, tra cui Francia e Italia, che ne hanno auspicato le dimissioni per presunte dichiarazioni ritenute antisemite in un precedente forum.
Oltre le mura del carcere: il concetto di ambiente torturante
Ma forse il passaggio più innovativo – e giuridicamente più delicato – del rapporto di Albanese risiede nella dilatazione del concetto stesso di tortura. Il documento sostiene che le pratiche vessatorie non si esauriscano all’interno delle strutture penitenziarie, ma si estendano all’intero territorio occupato attraverso i bombardamenti continui, gli sfollamenti forzati, la distruzione sistematica delle infrastrutture civili e la fame. Un “ambiente torturante”, lo definisce la relatrice, dove non esiste più un luogo sicuro e dove la sofferenza diventa la condizione normale dell’esistenza. In quest’ottica, la tortura viene presentata non come un atto eccezionale, ma come una politica statale difesa dagli attori politici, giustificata da alcune interpretazioni legali e, in ultima analisi, tollerata da quei governi che continuano a fornire copertura diplomatica e supporto militare. Una lettura, questa, che ribalta la prospettiva tradizionale dei conflitti asimmetrici e che, al di là della sua fondatezza giuridica, costringe gli osservatori internazionali a confrontarsi con una narrazione che non riguarda più solo i prigionieri, ma l’intero tessuto sociale e fisico della Palestina.




