Non solo debito: l'Italia cresce nonostante il declino demografico, superando i rivali europei sul pil pro capite

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Mentre il dibattito pubblico si concentra, spesso in modo ossessivo, sui livelli del debito e sulle modeste performance del pil complessivo, un dato meno battuto racconta una storia diversa e cruciale per comprendere la reale tenuta economica del paese. L'Italia, che pure naviga in acque demografiche difficili con una popolazione in calo strutturale, sta riuscendo a generare crescita, seppur contenuta. Un risultato che, se paragonato a quello degli altri grandi paesi industrializzati, assume un rilievo particolare: la quasi totalità delle nazioni del G7, fatta eccezione per gli Stati Uniti ora guidati nuovamente da Donald Trump, registra infatti aumenti del pil totale sostenuti in misura preponderante, se non esclusiva, dalla crescita del numero di abitanti, mentre i miglioramenti nel benessere economico individuale, misurato dal pil pro capite, sono nulli o di entità trascurabile.

Il sorpasso nella ricchezza media

Proprio il pil pro capite, indicatore spesso trascurato a favore di cifre aggregate, diventa così il termometro più fedele per misurare la salute economica reale. E il suo andamento riserva una sorpresa: il 2025, definito da molti come un "anno d'oro" per i mercati finanziari italiani con spread e rating in netto miglioramento e la Borsa che tocca record, ha visto l'Italia superare, nella classifica della ricchezza media pro capite, paesi come Inghilterra, Francia e Spagna. Un distacco significativo che dimostra come, nonostante le criticità, la capacità di generare valore per i propri cittadini non sia affatto venuta meno, anzi, abbia sopravanzato quella di economie tradizionalmente considerate più solide e "progressiste".

Il paradosso del Pnrr e la risposta di Fitto

Restano però domande legittime, soprattutto alla luce degli ingenti finanziamenti comunitari ottenuti. Perché, nonostante i 194,4 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza – la quota più cospicua del programma Next Generation Eu, una sorta di "una tantum" storica – le previsioni di crescita per il 2026 si attestano su uno striminzito 0,7-0,8%, ben al di sotto delle attese? Una cifra che rappresenta quasi il dieci per cento dell'intera ricchezza nazionale sembra non riuscire a imprimere quella svolta netta che molti si attendevano. A questa evidente difficoltà nel tradurre in crescita solida un fiume di risorse senza precedenti ha provato a rispondere Raffaele Fitto, vicepresidente esecutivo della Commissione Europea, che del Pnrr fu responsabile come ministro nell'esecutivo guidato da Giorgia Meloni. Fitto, nel corso di una cena per il Premio Thatcher assegnato alla premier, ha invitato a considerare la portata del lavoro svolto, sostenendo che senza quel piano "probabilmente l'Italia non avrebbe alcuna crescita", e ribadendo la fiducia nella capacità di portare a termine le riforme necessarie.

Investimenti e scenari futuri

Intanto, l'economia reale mostra segnali di vitalità in settori chiave. La crescita del 2025, seppur contenuta allo 0,5%, è stata trainata da consumi e, soprattutto, da investimenti in netta ripresa, cresciuti del 3,2%. Una dinamica che trova conferma nell'attività delle imprese: il mercato delle fusioni e acquisizioni si mantiene su livelli elevati, con una stima di circa 1.350 operazioni annunciate e un volume vicino ai 70 miliardi di euro, in aumento del 9,5% rispetto all'anno precedente. Ancora più significativo è il balzo degli investimenti "outbound" delle aziende italiane all'estero, cresciuti di circa l'11% in numero e di oltre il 50% in valore, segno di una competitività che cerca nuovi spazi sui mercati globali. Sono questi, in definitiva, i micro-motori che, insieme alla lenta digestione dei fondi europei, disegnano un quadro complesso, lontano dai toni trionfalistici ma anche dalle narrazioni più catastrofiste.

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