Le università americane contro Trump: la battaglia per l’autonomia accademica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Oltre 150 atenei statunitensi, tra cui Harvard, Princeton, Yale e il Mit, hanno preso posizione contro quella che definiscono un’ingerenza politica dell’amministrazione Trump negli affari accademici. La protesta, organizzata attraverso una lettera aperta, è scoppiata dopo che Harvard ha annunciato una causa legale contro il governo federale, contestando il congelamento di miliardi di fondi giustificato con la lotta all’antisemitismo nei campus.

La mossa di Harvard, che ha trovato immediato sostegno in buona parte del mondo universitario, segna un punto di rottura nella relazione tra istituzioni accademiche e governo. L’accusa è chiara: l’esecutivo starebbe usando strumenti finanziari per esercitare un controllo indebito su insegnamento e ricerca, minando quella libertà che, come sottolinea il filosofo Michael Sandel, è «la base stessa della democrazia». Sandel, docente ad Harvard e autore di saggi tradotti in decine di lingue, non ha usato mezzi termini nel denunciare una deriva autoritaria.

Intanto, Trump ha replicato annunciando su Truth Social che terrà il discorso di commiato in due luoghi simbolo: l’Università dell’Alabama, ateneo del Deep South con una forte presenza di studenti conservatori, e West Point, l’accademia militare per eccellenza. Una scelta che sembra voler marcare ancora di più la divisione tra il presidente e le élite intellettuali, da lui spesso accusate di progressismo e distacco dalla "America reale".

La lettera firmata dai rettori – diventati ormai 180 – non si limita a contestare il blocco dei fondi, ma rivendica il diritto delle università a governarsi senza pressioni politiche. Il testo, pur evitando toni esplicitamente polemici, lascia intendere che la posta in gioco sia più alta della semplice questione finanziaria: si tratta di decidere se l’istruzione superiore possa rimanere uno spazio autonomo o debba piegarsi agli umori del potere.

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