Hamas non conosce il luogo di cinque ostaggi deceduti, mentre la tregua a Gaza mostra la sua fragilità
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Redazione Esteri
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Un funzionario israeliano, le cui dichiarazioni risuonano con particolare gravità in un momento di già tesa precarietà, ha rivelato che il gruppo Hamas non sarebbe a conoscenza della ubicazione di cinque dei tredici ostaggi israeliani deceduti i cui corpi si troverebbero ancora all’interno della Striscia di Gaza. La stessa fonte, la quale ha preferito mantenere l’anonimato, ha accusato il gruppo di "giocare e prendere tempo", una strategia finalizzata, a suo dire, a prolungare il cessate il fuoco senza dover procedere verso quella seconda fase degli accordi che prevede, tra gli altri punti, il suo disarmo. Questa opacità informativa, che riguarda esseri umani dei quali si chiede almeno la restituzione per un dignitoso lutto, getta un’ombra cupa sui delicatissimi negoziati, mentre da un altro canale israeliano giunge la notizia che per questa sera non è attesa la consegna delle salme di altri due ostaggi, un passaggio che potrebbe slittare alla giornata di domani.
Lo scenario politico e l’accordo di Sharm el Sheikh
Sullo sfondo di queste drammatiche incertezze, le fazioni palestinesi riunite al Cairo, inclusa Hamas, hanno trovato un punto di intesa, seppur temporaneo, affidando la gestione di Gaza a un comitato indipendente di tecnocrati. Questa decisione, sancita in una nota congiunta, si inserisce nel solco dell’accordo voluto e promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale, intervenendo con decisione sulla questione, ha categoricamente escluso l’annessione israeliana della Cisgiordania affermando: "Non accadrà, ho dato la mia parola ai Paesi arabi". Una presa di posizione netta che trova eco nelle parole di Rubio, il quale ha avvertito come un simile passo "minaccerebbe l’intero processo a Gaza", mettendo a rischio la partecipazione di molti dei Paesi coinvolti e, di conseguenza, l’intera architettura del piano, che non avrebbe, a suo dire, un piano B altrettanto valido.
La tensione in Cisgiordania e le preoccupazioni diplomatiche
Mentre la diplomazia tenta di tenere insieme i fragili equilibri, la situazione sul terreno in Cisgiordania registra un preoccupante inasprimento. L’agenzia di stampa Wafa ha infatti riferito che coloni israeliani hanno dato alle fiamme numerosi veicoli di proprietà di palestinesi nella zona di Deir Dibwan, a est di Ramallah, in un episodio che si è verificato proprio all’indomani del chiaro monito statunitense a Tel Aviv riguardo alle mire annessionistiche. Questi atti di violenza, che si sommano alle difficoltà nel processo negoziale con Hamas, contribuiscono a creare un clima di profonda instabilità, alimentando timori per una possibile escalation.
La fragilità di una tregua sotto osservazione
A sottolineare la natura precaria degli attuali sviluppi è stato l’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, il quale, in un’intervista, ha insistito sul ruolo cruciale che la pressione diplomatica internazionale deve esercitare su Hamas. Ha definito la tregua e l’accordo siglati come "molto fragili", ricordando come il suo paese si sia impegnato ad attuarli in maniera concreta, cessando i combattimenti, ritirando le truppe oltre la Linea Gialla e consentendo l’ingresso di tutti gli aiuti umanitari. Senza una compatta e determinata azione della comunità internazionale, di cui fa parte anche l’Italia, questo delicato equilibrio, sospeso tra la speranza di una pace duratura e il rischio di un ritorno alla guerra, potrebbe infrangersi.




