Licenziata dopo cinque giorni di prova, hotel di lusso condannato a risarcirla con 60mila euro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una vertenza di lavoro iniziata nella primavera del 2024 si è conclusa, almeno per il momento, con una condanna da circa 60mila euro a carico di un hotel a cinque stelle del Lido di Venezia. La Corte d'Appello di Venezia ha infatti confermato la decisione del giudice del lavoro, ritenendo illegittimo il licenziamento di una cameriera stagionale che aveva lavorato per soli cinque giorni presso la struttura.

A pesare in maniera determinante sul verdetto, come si legge nelle ricostruzioni dei fatti, è stato un periodo di tre giorni antecedenti il formale avvio del rapporto, durante i quali la dipendente si era recata in hotel per familiarizzare con le mansioni che avrebbe dovuto svolgere.

Il lavoro prima del contratto

La vicenda, che ha coinvolto l'hotel Ausonia Hungaria, gestito dalla Dogale ospitalità & benessere srl, ruota attorno alla data di effettivo inizio del rapporto di lavoro. La donna, assunta come addetta alle colazioni, si era recata in albergo per tre giorni prima della stipula del contratto, avvenuta il 28 marzo 2024.

In quell'occasione, la lavoratrice non si era limitata a provare la divisa o a ritirare il badge, ma aveva iniziato ad apprendere il funzionamento del sistema gestionale computerizzato, un'attività che per il tribunale costituisce "attività formativa caratteristica dell'inizio di un nuovo rapporto lavorativo, che non vi è ragione di escludere dalla nozione di attività lavorativa e dal compenso dovuto al lavoratore", come scritto nella sentenza di primo grado.

La nullità del periodo di prova

L'accertamento di questa attività preliminare, considerata lavoro in nero, ha avuto effetti giuridici rilevanti. Secondo i giudici, i tre giorni di familiarizzazione hanno di fatto anticipato l'inizio del rapporto di lavoro, rendendo nullo il termine apposto al contratto e trasformando l'assunzione da tempo determinato a tempo indeterminato.

Con l'instaurazione di un rapporto a tempo indeterminato è venuta meno la validità del periodo di prova, e il successivo licenziamento, comunicato oralmente alla lavoratrice il 5 aprile 2024 con la motivazione del mancato superamento della prova, è stato quindi dichiarato illegittimo.

Il risarcimento e le testimonianze decisive

La dichiarazione di illegittimità del licenziamento ha fatto scattare l'applicazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con la conseguente condanna dell'azienda al risarcimento del danno. L'indennizzo, come stabilito dalla giudice del lavoro Anna Menegazzo, ammonta a circa 49mila euro, corrispondenti a dodici mensilità più tredicesima e quattordicesima, a cui si aggiungono ulteriori quindici mensilità come indennità sostitutiva della reintegrazione, che la lavoratrice ha scelto di non richiedere. L'importo totale della condanna, che include anche 4.

500 euro per contributi previdenziali e 6mila euro per le spese legali sostenute nei due gradi di giudizio, raggiunge così i 60mila euro. Nel corso del processo, le testimonianze di alcuni colleghi, che hanno confermato di aver assistito la donna nei giorni precedenti l'assunzione per apprendere le procedure aziendali, si sono rivelate cruciali per la decisione della giudice, che ha rigettato le eccezioni sollevate dalla difesa dell'albergo.

Il ricorso in Cassazione

La sentenza della Corte d'Appello, presieduta dal giudice Gianluca Alessio, ha confermato in un'unica udienza la decisione di primo grado, sebbene le motivazioni del dispositivo non siano state ancora depositate. Dal canto suo, la società proprietaria dell'hotel, difesa dall'avvocato Pierpaolo Favaron, ha già annunciato l'intenzione di proporre ricorso in Cassazione, ritenendosi vittima di una situazione non voluta.

L'esito della vicenda, che ha visto la lavoratrice rappresentata dagli avvocati Emanuele Carniello e Giulia Zucchini, oltre che dal sindacato Fiadel Csa Cisal, rappresenta un caso emblematico su come una prassi apparentemente informale come la "familiarizzazione" con le mansioni possa trasformarsi giuridicamente in un rapporto di lavoro a tutti gli effetti.

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