Draghi allarma l'Europa: "Solo unità politica ci salverà dalla marginalità"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mario Draghi, intervenendo al Meeting di Rimini, ha tracciato una diagnosi severa e senza appello sulla condizione internazionale dell’Unione Europea, definendola, senza mezzi termini, uno «spettatore» impotente sulla scena globale. Secondo l’ex presidente del Consiglio e della Bce, la forza economica, sebbene necessaria, non è più sufficiente per esercitare un’autentica influenza geopolitica; una lezione, questa, impartita in modo «brutale» dall’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, la quale ha segnato la fine di un’epoca e di certezze ormai obsolete.

L’Europa, secondo la sua analisi, appare paralizzata da «lungaggini politiche» e incapace di adeguarsi a un mondo profondamente mutato, che non guarda più al Vecchio Continente con la deferenza di un tempo. Questa inerzia, unita all’incapacità di esprimere posizioni forti e univoche, sta alimentando pericolose «derive sovraniste» che, lungi dal costituire una soluzione, non farebbero che accelerare il processo di disintegrazione dell’Unione, lasciando i singoli Stati esposti e vulnerabili.

Tuttavia, Draghi non ignora i precedenti in cui l’Ue ha saputo reagire con slancio e unità, citando, a titolo d’esempio, la storica decisione di creare un debito comune con il programma Next Generation EU durante la pandemia. Quel momento, così come la recente visita collettiva di leader europei a Washington, dimostrano che la capacità di agire come un blocco coeso non è un’utopia, ma una pratica che va coltivata e istituzionalizzata.

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