Ucraina, le parole di Merz riaprono il dibattito sulle concessioni territoriali
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Redazione Esteri
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La questione centrale, per usare le parole del cancelliere tedesco Friedrich Merz, ruota ormai attorno a un punto che era stato a lungo considerato improponibile: quali territori e quali concessioni Kiev sia disposta a mettere sul tavolo per giungere a una pace. Merz, durante una conferenza stampa congiunta con il segretario generale della Nato Mark Rutte, ha delineato una posizione che riflette un sentimento ormai diffuso in diverse capitali europee, le quali ritengono che la propria sicurezza sia indissolubilmente legata alla stabilizzazione del fronte orientale. La domanda, come ha sottolineato il cancelliere, è una di quelle destinate a segnare la storia e la cui risposta spetta, in ultima analisi, al presidente ucraino e al suo popolo. Tuttavia, il quadro che emerge dalle ultime ore è quello di un negoziato che si sta spostando, in maniera sempre più marcata, dal piano strettamente militare a quello economico e geopolitico, con frizioni inedite tra alleati storici.
Lo scontro transatlantico sugli asset russi e il futuro di Mosca
Proprio queste frizioni sono state portate alla luce da alcune rivelazioni del Wall Street Journal, le quali dipingono un braccio di ferro sottotraccia tra Stati Uniti ed Europa. La contesa, infatti, non verte più soltanto sulla delimitazione dei confini, ma investe direttamente il futuro dell'economia globale e il destino degli ingenti asset russi attualmente congelati. Da una parte, gli americani guidati dal presidente Donald Trump sembrano inclini a una ricostruzione dell'Ucraina che passi, in qualche modo, per una riapertura di canali economici con Mosca e per il suo graduale reinserimento nei circuiti internazionali. Dall'altra, molti alleati europei osservano con preoccupazione questa prospettiva, temendo che possa tradursi in un premio all'aggressione e in un indebolimento strategico duraturo. La posta in gioco, insomma, si è fatta enormemente più complessa, intrecciando le sorti di Kiev con gli equilibri finanziari mondiali.
La denuncia di Zelensky: "Piano Usa per il Donbass senza garanzie"
In questo clima di trattative serrate, il presidente Volodymyr Zelensky ha lanciato un'accusa precisa, rivelando un aspetto concreto delle pressioni in atto. Durante un briefing con giornalisti internazionali, ha affermato che gli Stati Uniti stanno spingendo per un ritiro delle truppe ucraine dal Donbass e per la creazione di una cosiddetta "zona economica libera" nei settori ancora controllati da Kiev. Il piano, secondo Zelensky, è viziato da un'assenza di garanzie fondamentali: Washington, a suo dire, non avrebbe chiarito chi governerà effettivamente quel territorio né come impedire che, dopo un ritiro, le forze russe possano semplicemente occuparlo. Una prospettiva, questa, che l'Ucraina giudica inaccettabile perché rischierebbe di trasformare una tregua in una capitolazione di fatto, svuotando di significato qualsiasi accordo sul cessate il fuoco.
La posizione italiana e la corsa contro il tempo per gli aiuti
Mentre Kiev ha inviato alla Casa Bianca una nuova bozza della sua risposta al piano di pace, l'Italia conferma il proprio sostegno, seppur inquadrandolo in una cornice di realpolitik. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, ha assicurato che il decreto per gli aiuti a Kiev sarà approvato entro l'anno, indicando come date probabili il 22 o il 29 dicembre. Un atto necessario, ha spiegato, che non contraddice però la spinta a trovare un tavolo negoziale. La posizione del governo italiano, in sintonia con quella di altri partner, insiste sul concetto di una "pace giusta", che non possa essere imposta con la forza al paese aggredito. Un principio che, nelle attuali circostanze, sembra dover fare i conti con calcoli ben più terreni e con interessi nazionali che non sempre coincidono, anche all'interno dello stesso schieramento occidentale.




