Ddl migranti, il Consiglio dei ministri ha varato il blocco navale e nuove limitazioni nei Cpr

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Consiglio dei ministri, riunitosi a Palazzo Chigi, ha incardinato un ulteriore tassello nella architettura normativa voluta dall’esecutivo in materia di gestione dei flussi migratori — un disegno di legge, questo, che recepisce formalmente le direttive del Patto Ue sulla migrazione e l’asilo del maggio 2024 -1-9 ma che al contempo introduce strumenti giuridici finora rimasti sullo sfondo del dibattito politico. La delibera, formalizzata attraverso un comunicato stampa che ne sollecita l’iter parlamentare, prevede l’istituzione del cosiddetto blocco navale, misura applicabile, si legge nelle pieghe del testo, “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”, circostanza che legittimerebbe il Consiglio dei ministri — su proposta del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi — a interdire temporaneamente l’attraversamento del limite delle acque territoriali.

L’interdizione marittima e la discrezionalità dell’esecutivo

Non si tratta, e qui sta il nodo giuridico su cui certamente il Parlamento sarà chiamato a misurarsi, di una chiusura *tout court* delle rotte del Mediterraneo centrale, bensì di una clausola di salvaguardia che attiva un regime di temporanea interdizione, parametrato però a valutazioni ampiamente discrezionali circa il pericolo per la sicurezza dello Stato. Il meccanismo, innestandosi nel quadro europeo dello screening obbligatorio alle frontiere esterne e della procedura accelerata di rimpatrio, recepisce l’impostazione del regolamento comunitario che già prevede la trattenuta materiale del migrante in zone di transito o in prossimità del confine; l’intervento normativo nazionale, tuttavia, radicalizza quel principio trasformando l’intera superficie marittima antistante la linea costiera in una potenziale area sottratta alla navigazione delle organizzazioni non governative e, più in generale, delle imbarcazioni civili impiegate nelle operazioni di soccorso.

Espulsioni, rimpatri e la rimodulazione dei Centri di permanenza

Parallelamente all’arsenale preventivo rappresentato dalla misura navale, il provvedimento incide profondamente sulla fase successiva all’approdo, qualora questo si verifichi, e cioè sul circuito amministrativo e penale che coinvolge i richiedenti asilo e i migranti in posizione irregolare. La bozza del ddl, che porta il Titolo di “disposizioni in materia di immigrazione e protezione internazionale”, interviene sulle procedure di espulsione e rimpatrio irrigidendo i termini e le garanzie difensive, e al contempo introduce una stretta significativa sulla vita all’interno dei Cpr — i Centri di permanenza per i rimpatri — attraverso la limitazione dell’uso dei telefoni cellulari e di altri dispositivi di comunicazione personale. Una modifica, quest’ultima, che incide sulla sfera relazionale e informativa dei trattenuti, riducendo la possibilità di contatti con l’esterno e, verosimilmente, con i legali o le reti consolari, durante il periodo di trattenimento funzionale all’identificazione e alla successiva espulsione.

L’attuazione del Patto europeo e la strategia dell’ultimo miglio

Il disegno di legge, pur nella sua autonomia formale, costituisce lo strumento domestico attraverso cui l’Italia adegua il proprio ordinamento alle dieci direttive e regolamenti che compongono il Nuovo patto sulla migrazione e l’asilo, quelle stesse norme entrate in vigore nell’estate del 2024 e che impongono agli Stati membri — tra l’altro — l’obbligo di istituire una procedura di frontiera obbligatoria e di potenziare la banca dati Eurodac con nuovi identificatori biometrici. L’esecutivo, che aveva già anticipato alcuni di questi adempimenti nella passata legislatura attraverso il tavolo tecnico coordinato dal Viminale, procede ora a cristallizzare in legge disposizioni che intrecciano la leale collaborazione europea con una visione interna che punta a blindare il perimetro della sovranità nazionale in materia di flussi irregolari; in questo quadro, il riferimento esplicito alla “minaccia per la sicurezza” come grilletto per il blocco navale evoca categorie giuridiche tradizionalmente riservate alla gestione delle emergenze belliche o terroristiche, estendendole — per analogia amministrativa — al fenomeno migratorio.

L’iter parlamentare e la struttura del provvedimento

Il testo, che porta la data della riunione del Consiglio dei ministri e che è corredato dalla richiesta di sollecita calendarizzazione alle Camere, si compone di un articolato che spazia dalla protezione speciale alla disciplina dei minori stranieri non accompagnati, sebbene la parte più sa resti quella dedicata alla efficienza del sistema di allontanamento. L’obiettivo dichiarato nella nota diramata al termine della seduta è quello di armonizzare la normativa nazionale con i regolamenti europei, ma la scelta di inserire strumenti non previsti dal diritto unionale — quale appunto l’interdizione navale unilaterale — configura una implementazione selettiva del Patto: si recepiscono le procedure accelerate di rimpatrio e la digitalizzazione dei controlli biometrici, si rafforza la cooperazione con Frontex e con l’Agenzia europea per l’asilo, ma si innesta un ulteriore livello di difesa dei confini che opera a monte, nel momento stesso in cui l’imbarcazione si approssima al limite delle dodici miglia. Resta ora da verificare, nelle Commissioni Affari costituzionali e Giustizia di Montecitorio e Palazzo Madama, la tenuta di queste norme rispetto ai principi generali del diritto della navigazione e alle convenzioni internazionali sul soccorso in mare, profili questi che tradizionalmente hanno costituito il terreno di scontro giurisprudenziale tra le istanze sovraniste e le corti sovranazionali.

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