Bettiol vince e si prende la tredicesima tappa del Giro, terzo successo italiano in questa edizione

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Alberto Bettiol l’ha fatta, ancora una volta, come ama ripetere chi lo segue da quelle parti, tra il Chianti e l’Elsa. Il ciclista toscano, trentaduenne di Castelfiorentino in forza alla XDS Astana, ha vinto per distacco la tredicesima tappa del Giro d’Italia: 189 chilometri da Alessandria a Verbania, con un finale che non lascia spazio a interpretazioni. Il suo scatto – bruciante, secco, quasi crudele per gli inseguitori – è scattato sulla salita dell’Ungiasca, e da lì nessuno l’ha più rivisto. Lui sì, invece: il traguardo lo ha accolto da solo, con trenta secondi di margine sul norvegese Andreas Leknessund dell’Uno X, che di certo non è un gregario qualunque. Terzo, a quarantatré secondi, il belga Jasper Stuyven della Soudal Quick-Step, capace di regolare il gruppetto dei fuggitivi rimasto alle sue spalle, ma ormai fuori dai giochi per la vittoria di tappa.

Un’ora da record, le risaie e il padre di Ganna sugli spalti

La prima ora di corsa è stata un’ossessione: cinquantatré chilometri percorsi, un ritmo forsennato che ha subito scremato il gruppo. Si salutava Alessandria – città dei Borsalino e delle biciclette, quasi un destino – mentre lo specchio delle risaie accompagnava la fuga. Erano altri tempi, a guardare i distacchi. Filippo Ganna, lo si capiva subito, non lo lasciavano andare: il suo tentativo di evasione è stato ricucito dal plotone. A Bettiol, invece, sì. E mentre il toscano si stirava la schiena tra un dosso e l’altro – qualcuno gli ha perfino pulito gli occhiali, piccolo gesto di una logistica perfetta – al traguardo c’era già il padre di Ganna con tutti i bambini della sua squadra. Lo splendore del lago, un windsurf sull’acqua, e poi Verbania.

L’ostinazione di un figlio della Toscana che cita Alfieri

«Vòlli, e vòlli sèmpre, e fortissimaménte vòlli». Non è un caso che qualcuno abbia ripescato il verso del poeta astigiano morto a Firenze, perché Bettiol – toscano di nascita e di carattere – quella caparbietà l’ha trasformata in una strategia di gara. L’aveva cercata, questa tappa, con una lucidità quasi sublime: dopo quella di Stradella cinque anni fa, ecco il bis nella corsa rosa. Ed è la nona vittoria da professionista per lui, una carriera che annovera una cinquina di successi memorabili: il Giro delle Fiandre nel 2019, la tappa al Giro di Stradella nel 2021, il titolo italiano a Sesto Fiorentino nel 2024 nella gara “Per Sempre Alfredo”, la Milano-Torino nella stessa stagione, e ora questo trionfo a Verbania. Terzo successo italiano in questa edizione del Giro, e chissà che qualcuno non ci veda un filo rosso.

Un post scriptum che pesa come una standing ovation

Bettiol si è preso anche quello che qualcuno ha definito un «post scriptum» da dieci e lode: non solo la vittoria, ma il modo. Staccare Leknessund di trenta secondi su una salita breve e cattiva, resistere al rientro di Stuyven, gestire l’agonia degli ultimi chilometri con le gambe che bruciano. A Castelfiorentino, si racconta, l’entusiasmo era palpabile tra gli sportivi che seguivano la diretta. E del resto, quando un figlio della Toscana prende in prestito l’impeto dell’Alfieri per vincere una tappa del Giro, non è solo ciclismo. È cronaca di un’ostinazione premiata, senza fronzoli né standing ovation di cortesia. Solo il rumore del vento sul Lago Maggiore e il respiro di un corridore che, da solo, ha messo la firma su un’altra pagina di questa corsa.

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