Bettiol vince a Verbania con una zampata da cacciatore di tappe, Eulalio resta in rosa ma arrivano le Alpi
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Redazione Sport
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VERBANIA – C’era una volta, non troppo lontana, l’abitudine di vincere. Alberto Bettiol l’aveva persa un po’ di vista, quella sensazione lì, forse proprio per quel motivo il sorriso che gli ha riempito la faccia sul traguardo di Verbania aveva il sapore liberatorio di chi ritrova se stesso. L’ha fatto nel pomeriggio di una tappa, la tredicesima del Giro d’Italia, che sulla carta doveva essere un semplice trasferimento di 189 chilometri tra Alessandria e il Lago Maggiore, una di quelle frazioni di “vacanza” per gli uomini di classifica, e così è stata. Almeno per loro. Per il trentaduenne toscano della XDS Astana, invece, è diventato il palcoscenico perfetto per ricordare a tutti che possiede ancora quella dote rara, l’istinto del predestinato che nelle corse di un giorno ha sempre saputo lasciare il segno.
La fuga, numerosa e qualificata con quindici corridori, ha preso forma nei primi chilometri, subito dopo il via ufficiale, e ha ricevuto il lasciapassare da un gruppo che aveva già la testa proiettata sulle rampe durissime di Pila, in programma per il giorno dopo. Questo benestare – spiega il commento al volo di Mario Cipollini, che per Malpensa24 Tv ha analizzato l’azione – ha trasformato la frazione in un duello tra i battistrada, senza che i big (con il portoghese Afonso Eulalio della Bahrain Victorious a vegliare su di loro) si preoccupassero di ricucire uno strappo arrivato a toccare anche i dodici minuti. L’inerzia della corsa, dunque, era tutta lì davanti, e Bettiol aveva gli occhi di chi quella opportunità non voleva lasciarsela scappare.
A rompere l’equilibrio interno all’escapada è stata la salita dell’Ungiasca, un muro di terza categoria che si è rivelato il crogiolo decisivo. Nei suoi quattro chilometri e mezzo con punte al dieci per cento, prima il norvegese Andreas Leknessund (Uno X) ha provato a fare il vuoto con uno scambio di colpi in fase di ascesa, poi però è arrivata la reazione di Bettiol. L’ha ripreso a centocinquanta metri dal Gpm, lo ha infilato con una progressione che sapeva di beffa per l’avversario e si è involato in discesa verso il traguardo di Verbania, dove ad aspettarlo c’erano la sua compagna e tutta la famiglia. Un arrivo in solitaria, con trenta secondi di margine su Leknessund, che ha regalato a lui la nona affermazione in carriera – la prima dopo il titolo italiano del 2024 – e all’Italia il terzo successo parziale in questa edizione.
La tattica dei big e la gestione delle energie in vista dell’alta quota
Mentre Bettiol saliva sul primo gradino del podio, il plotone dei favoriti viaggiava placido, quasi fuori dal tempo, come se stesse disputando una corsa a parte. La scelta di non impensierire la maglia rosa è stata tattica, oltre che fisiologica: con l’arrivo delle Alpi e una tappa regina alle porte, nessuno tra i pretendenti alla vittoria finale aveva la benché minima intenzione di sprecare un watt o di rischiare una caduta in una giornata dal profilo altimetrico relativamente gentile. Eulalio, quindi, ha potuto gestire il proprio vantaggio senza affanni, mantenendo intatto il suo tesoretto di trentatré secondi su Jonas Vingegaard (Visma-Lease a Bike), con Thymen Arensman (Ineos) che si conferma terzo a oltre due minuti. Un’ora di riposo sostanziale, insomma, che non ha cambiato le gerarchie ma che ha permesso al portoghese di allungare di un’altra giornata il suo sogno di tenere la maglia più ambita del ciclismo mondiale.
Il peso di un’assenza prolungata e il significato di una vittoria ritrovata
Per Bettiol, abituato a vincere le corse più importanti come il Giro delle Fiandre nel 2019, l’astinenza dai successi diventava quasi una zavorra psicologica. Da quel titolo italiano di Sesto Fiorentino, arrivato nella “Per sempre Alfredo”, era passato quasi un biennio opaco, costellato da piazzamenti onorevoli ma privi del guizzo finale. Proprio per questo, l’abbraccio al traguardo di Verbania è stato più intenso della media: un ex campione che si ritrova, un cacciatore di tappe che non ha dimenticato l’arte di attendere e poi colpire. Il suo sprint sulla Ungiasca, dove ha prima subito l’allungo di Leknessund per poi riagganciarlo e superarlo con una facilità sorprendente, è stato un manifesto di classe cristallina. Una dimostrazione di forza che, forse, servirà anche per dare una scossa a una squadra, l’Astana, che punta a lasciare il segno in questa Corsa Rosa.
Il verdetto rimandato in vista delle montagne decisive
L’arrivo di Verbania rappresenta dunque l’ultimo respiro prima dell’assalto alle vette. La tappa di sabato con arrivo in salita a Pila sarà il primo vero spartiacque, quella in cui la corsa smetterà di regalare tregue e inizierà a selezionare i pretendenti al titolo. Bettiol, dal canto suo, si prende la scena in una delle giornate più belle per scenografia, incorniciata dalle Alpi e dal lago, ma il meteo e il chilometraggio non avranno avuto alcuna influenza sulla meccanica implacabile della sua azione. La cronaca resta quella di una domenica (di fine maggio) perfetta per chi voleva sognare, in attesa che le gambe dei big parlino finalmente il linguaggio duro della montagna.




