Manama nel mirino, attacco iraniano su un edificio residenziale: una vittima e diversi feriti
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Redazione Esteri
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L’escalation militare che sta insanguinando il Golfo Persico ha raggiunto direttamente il cuore del Bahrein, lasciando sul terreno una vittima civile. Il Ministero degli Interni di Manama ha confermato che un attacco missilistico, attribuito senza esitazioni a Teheran e descritto dalle autorità locali come una “palese aggressione”, ha centrato un edificio residenziale nella capitale. Tra i detriti e la polvere sollevatasi dall’impatto, filmati diffusi dalla televisione di Stato mostrano lo scenario di devastazione nelle strade limitrofe all’area colpita. Una donna di appena 29 anni ha perso la vita nell’attacco, mentre almeno altre otto persone, secondo un primo e provvisorio conteggio diffuso nella serata di ieri, hanno riportato ferite di varia gravità. Un tributo di sangue che segna un’ulteriore e pericolosa svolta in un conflitto che, ormai da giorni, non risparmia più i centri abitati.
Le difese aeree dello sceiccato, al pari di quelle dei vicini Emirati Arabi Uniti, sono state nuovamente messe alla prova da un’ondata di droni e missili in arrivo dall’Iran, in quella che appare una campagna coordinata per colpire gli alleati di Stati Uniti e Israele nella regione. Non è stato un caso isolato, ma il tassello di un mosaico bellico ben più ampio: nella sola giornata di lunedì, le forze armate bahrainite hanno dichiarato di aver intercettato e distrutto oltre un centinaio di missili balistici e centinaia di droni lanciati verso il proprio territorio. Sirene di allarme hanno risuonato anche a Dubai, dove la popolazione, abituata alla frenesia del traffico aereo e commerciale, si è trovata a fare i conti con il rombo dei caccia e le esplosioni in cielo dei velivoli senza pilota abbattuti.
Nel frattempo, il conflitto a largo raggio mostra tutta la sua complessità, estendendosi su molteplici fronti. Le Forze di mobilitazione popolare irachene, fazioni armate vicine all’Iran, hanno lanciato un appello accorato alla calma, mentre il presidente americano Donald Trump, da Washington, rilancia la sua strategia della tensione. In un post pubblicato sui suoi canali social, Trump ha minacciato di moltiplicare per venti volte la potenza di fuoco contro Teheran qualora gli ayatollah osassero bloccare il traffico petrolifero nello Stretto di Hormuz, il passaggio obbligato per circa un quinto del greggio mondiale. Una minaccia pesante, quella della Casa Bianca, arrivata mentre il Pentagono intensifica i bombardamenti su quelli che definisce obiettivi militari iraniani, dichiarando di averne già presi di mira più di cinquemila dall’inizio delle ostilità.
La diplomazia in tilt tra raid, basi americane nel mirino e appelli internazionali
Mentre i missili solcano i cieli del Medio Oriente, la diplomazia arranca nel tentativo di scongiurare un conflitto dalle proporzioni inimmaginabili. I Guardiani della Rivoluzione iraniani hanno rivendicato la responsabilità di un attacco missilistico condotto contro la base aerea di Al-Harir, situata nella regione del Kurdistan iracheno e nota per ospitare personale e mezzi della coalizione a guida statunitense. Un’azione dimostrativa, volta a ribadire la capacità di Teheran di colpire le postazioni nemiche in profondità, e che ha immediatamente alzato il livello di allerta per le truppe americane disperse tra Iraq e Golfo.
La tensione, palpabile, si riflette anche nei movimenti dei leader internazionali. Da una parte, Teheran rilancia: un portavoce del delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha dichiarato, in una nota ripresa dai media di Stato, che “sarà l’Iran a determinare quando la guerra finirà”, un chiaro messaggio di sfida alle dichiarazioni statunitensi che vorrebbero il conflitto prossimo alla conclusione. Dall’altra, Vladimir Putin ha rotto il silenzio, chiedendo pubblicamente una rapida de-escalation e invitando tutte le parti coinvolte alla massima moderazione, in un appello che riecheggia le preoccupazioni del Cremlino per un’area strategica e vicina ai suoi interessi.
Petrolio e infrastrutture energetiche nel mirino: il Golfo trattiene il fiato
Sotto la pioggia di ordigni, a pagare il prezzo più alto, oltre alle vite umane, è il sistema energetico globale. L’onda d’urto degli attacchi si è riversata sulle infrastrutture critiche, con la raffineria di Ruwais negli Emirati Arabi Uniti, la più grande del paese, costretta a fermare la produzione in via precauzionale dopo che un attacco di droni nelle sue vicinanze ha innescato un incendio. La decisione delle autorità emiratine di interrompere temporaneamente le lavorazioni testimonia la vulnerabilità di questi impianti strategici, divenuti obiettivi primari nella logica bellica di Teheran.
Il Bahrein, dal canto suo, ha dovuto dichiarare lo stato di forza maggiore per la compagnia petrolifera nazionale Bapco, una mossa che implica l’impossibilità di onorare i contratti di fornitura a causa delle interruzioni provocate dalle ondate di attacchi. Il prezzo del petrolio, in una corsa sulle montagne russe, ha sfiorato quota 120 dollari al barile nelle ultime ore, salvo poi registrare un parziale e fragile calo, riflesso dell’incertezza che attanaglia i mercati e della paura di un blocco totale delle rotte marittime nel Golfo. Una paura che ha spinto anche il Pakistan a mobilitare la propria marina militare per scortare le navi mercantili dirette in patria, nel disperato tentativo di garantire un minimo di sicurezza alle proprie forniture energetiche.




