Sandokan, fra nostalgia e nuovi codici: la Tigre torna in tv tra polemiche e ascolti da record
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Redazione Cultura e Spettacolo
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È un'epopea piratesca, quella di Sandokan, che da cinquant'anni naviga fra l'immaginario collettivo italiano e le sfide della serialità contemporanea, un'operazione che, se da un lato punta a risvegliare la nostalgia per lo sceneggiato cult del 1976 – quando Kabir Bedi, divenuto un'icona, conquistò oltre ventisette milioni di spettatori – dall'altro tenta di aggiornare il mito salgariano ai canoni di una produzione internazionale. La nuova versione, affidata al volto popolare di Can Yaman e a un cast che attinge da franchise globali come “Il Trono di Spade”, si configura infatti come un ibrido audace: una “telenovela all’arrembaggio”, per usare una definizione efficace, che mescla il gusto per il melodramma sudamericano con l'estetica hollywoodiana dei “Pirati dei Caraibi”, il tutto mentre cala le sue storie, girate anche in Calabria, in un contesto di ampio respiro commerciale pensato per l'esportazione in Spagna e nel mondo.
Il peso del confronto con un classico senza tempo
Quel che emerge, al di là delle intenzioni produttive, è il confronto inevitabile e forse impari con un'opera che segnò un'epoca, perché lo sceneggiato di Sergio Sollima, benché nato da una coproduzione italiana e tedesca, seppe incarnare perfettamente lo spirito avventuroso e romantico dei romanzi di Salgari, costruendo personaggi – da Yanez di Philippe Leroy alla Marianna di Carole André – di straordinaria profondità e carisma. Oggi, la nuova serie, nonostante i numeri di ascolto siano tutt'altro che modesti – le prime due puntate hanno toccato i 5,7 milioni di spettatori, un dato che conferma l'attrazione del brand – sembra talvolta affannarsi nella ricerca di un'identità precisa, oscillando fra il tributo al materiale originario e l'adesione a codici narrativi e visivi più contemporanei e internazionali, i quali, per alcuni, rischiano di appiattire la complessità del mito in una soap opera di ampio respiro.
Un successo televisivo che non placa le discussioni
I dati d'ascolto, d'altronde, parlano da soli e testimoniano un interesse vivo del pubblico, il quale ha seguito con attenzione anche gli episodi successivi, garantendo percentuali di share che hanno superato il ventisette per cento e relegando i programmi concorrenti in posizioni di netto distacco. Si tratta di numeri che la Rai non può che considerare una vittoria, i quali, però, non sembrano aver completamente sopito le polemiche circa la resa estetica e narrativa dell'opera, spesso discussa per alcune scelte registiche e di cast, le quali hanno diviso i puristi della vecchia guardia e i nuovi telespettatori, attratti invece dal fascino dei protagonisti e dalla velocità della trama. La serie, del resto, promette di accelerare verso un punto di non ritorno, con rivelazioni e colpi di scena che mirano a tenere alta la tensione, come anticipato per la terza puntata in onda a dicembre.
Fra cronaca e fiction: il valore di un'operazione culturale
Al di là delle mere statistiche o delle polemiche di settore, ciò che rimane centrale è la capacità di un'icona popolare di rigenerarsi e di tornare a parlare a generazioni diverse, un fenomeno che, seppur analizzabile sotto la lente dell'audience e delle strategie di mercato, affonda le radici in un bisogno di narrazioni epiche e di eroi dal carisma immediato. La nuova avventura di Sandokan, con le sue luci e ombre, si inserisce in questo solco, tentando un'ardita operazione di rivisitazione che, per quanto possa discostarsi dal modello originario sotto alcuni aspetti, ne preserva intatto il nucleo avventuroso e passionale, dimostrando come certi archetipi narrativi, se sapientemente mixati con ingredienti moderni, possano ancora catturare l'attenzione di milioni di persone, trascendendo il semplice dato numerico per diventare, ancora una volta, argomento di discussione e di riflessione sull'evoluzione del racconto televisivo.




