L'ultimo saluto a Stefano Benni, tra le risate rubate e l'eredità di un lupo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nell’atmosfera carica di commozione del cortile dell’Archiginnasio di Bologna, dove per tutta la giornata una folla silenziosa ha reso omaggio alla salma di Stefano Benni, le parole di Daniel Pennac hanno squarciato il velo del dolore con il dono più prezioso che si potesse offrire: il ricordo della sua irriducibile ironia. Lo scrittore francese, che di Benni si è definito «fratello di vita», ha rievocato con affetto un progetto bizzarro e visionario dell’amico, ovvero quello di aprire uno studio di psicoterapia dedicato agli insetti e agli animali, dove avrebbe avuto in cura «una formica individualista e un elefante complessato dalla sua proboscide, che se la pettinava all’indietro».
Quell’episodio, capace di strappare un sorriso amaro in un momento di così profonda tristezza, ha però aperto uno squarcio su una realtà più cupa, che Pennac ha toccato con la delicatezza di chi ha condiviso un percorso di vita. Ha infatti rivelato come la malattia, che ha portato alla scomparsa dello scrittore il 9 settembre scorso, gli avesse progressivamente sottratto la capacità di ridere, di godere di quella comicità surreale che era stata il tratto distintivo della sua produzione letteraria. Un paradosso crudele per un autore che ha fatto della risata uno strumento di analisi sociale e di evasione dalla grigia normalità.
Accanto a Pennac, sul palco allestito per i discorsi di commiato, si sono alternati colleghi, amici e rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco Matteo Lepore, il quale ha ricordato l’impegno civile di Benni, in particolare le sue critiche sull’emergenza abitativa che hanno, a suo dire, spronato l’amministrazione a fare «di più e meglio». La cerimonia, intrisa di quella miscela di lacrime, ironia e riflessione che ben sintetizza l’eredità dell’autore, ha visto la partecipazione di figure come Alessandro Bergonzoni, David Riondino, Alessandro Baricco e Carlo Feltrinelli, a testimonianza del solco profondo lasciato nella cultura non solo letteraria.




