Flydubai FZ1073, il pilota racconta a Modi come ha salvato 182 persone
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il comandante del volo Flydubai FZ1073 ha raccontato al primo ministro indiano Narendra Modi i momenti in cui, ferito durante un’aggressione nella cabina di pilotaggio, ha cercato di impedire che l’aereo precipitasse con le persone a bordo. «Stavo lottando per la mia vita», ha spiegato, ricordando di essere crollato a terra dopo aver riportato numerose ferite e di avere capito che doveva comunque reagire. Il volo, partito da Dubai e diretto a Tel Aviv, trasportava complessivamente 182 persone: 174 passeggeri, tra i quali oltre 150 israeliani, e otto membri dell’equipaggio. L’emergenza si è conclusa con un atterraggio a Tabuk, in Arabia Saudita.
L’aggressione nella cabina e la perdita di quota
La ricostruzione dell’episodio indica che la crisi è cominciata all’interno della cabina di pilotaggio. Il ministero dell’Interno saudita ha riferito che, sulla base degli accertamenti preliminari, il copilota ha assalito il comandante e che entrambi sono rimasti feriti. Nelle fasi successive l’aereo ha iniziato a perdere rapidamente quota, mentre nella cabina si consumava lo scontro. Il comandante ha spiegato di avere compreso la situazione anche nelle condizioni fisiche in cui si trovava grazie alla propria esperienza professionale: pilota da 17 anni e comandante da 11, ha detto di conoscere a tal punto il comportamento di un velivolo da poter capire ciò che stava accadendo anche senza vedere direttamente gli strumenti.
Il passaggio decisivo è arrivato quando il pilota ferito è riuscito a rialzarsi e a rendere possibile l’intervento dall’esterno della cabina. Alcuni passeggeri e membri dell’equipaggio sono entrati in azione e hanno contribuito a bloccare l’aggressore. Il controllo del velivolo è stato quindi assicurato fino alla deviazione verso l’aeroporto saudita, dove l’emergenza si è conclusa senza la perdita delle persone presenti sull’aereo. Nel colloquio con il premier indiano, il comandante ha descritto la scelta di reagire come una decisione maturata mentre temeva di non sopravvivere alle ferite: se fosse rimasto a terra senza intervenire, ha raccontato, avrebbe potuto essere «la fine» anche per gli altri occupanti del volo.
Il passeggero intervenuto ricevuto all’aeroporto Ben Gurion
La dinamica dell’intervento dei passeggeri ha avuto un seguito anche in Israele. Benjamin Netanyahu ha incontrato all’aeroporto Ben Gurion uno degli uomini che hanno contribuito a fermare l’accoltellamento nella cabina dell’aereo. Il primo ministro israeliano ha sostenuto che l’aggressore intendesse provocare lo schianto del velivolo e ha affermato che le verifiche condotte dalle autorità israeliane avrebbero evidenziato un processo di radicalizzazione islamista. Si tratta di una ricostruzione attribuita al governo israeliano: le autorità stanno esaminando anche l’eventuale coinvolgimento di altre persone e la possibilità che l’autore dell’attacco abbia agito su indicazione di qualcuno.
Il racconto dal letto d’ospedale
Nel suo colloquio con il capo del governo indiano, il comandante ha concentrato il racconto soprattutto sui minuti trascorsi dopo essere stato ferito. Ha spiegato di essere caduto, di avere temuto per la propria vita e di avere trovato la forza di rialzarsi perché consapevole delle conseguenze che avrebbe avuto l’assenza di una reazione. La frase «non potevo lasciarli morire» sintetizza il motivo indicato dallo stesso pilota per la scelta di continuare a intervenire nonostante le condizioni fisiche. L’episodio risale a mercoledì e la conversazione con Modi è avvenuta il 2 ottobre, mentre il comandante era ancora impegnato nel recupero dopo le ferite subite durante l’aggressione.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
